Madama Butterfly, opera tragica e accurata ma inevitabilmente comica

La determinazione di Cho Cho San nel riprodurre a casa propria il costume americano ha la stessa artificialità con cui abiti di scena, locandina e libretto della Butterfly cercavano di riprodurre il costume giapponese

Madama Butterfly

Particolare di una locandina di Madama Butterfly

Anche se non hanno senso, le parole chiave per capire la Madama Butterfly sono “Kami Sarundasico”. Sono parole vuote, pronunziate dallo zio bonzo come anatema alla scoperta che sua nipote Cho Cho San, prima di sposare l’americano Pinkerton, è salita alla missione cristiana e ha rinnegato gli dèi locali. Sono parole immaginarie, tentativo di ricostruire artificialmente le sonorità giapponesi trasformando la lingua da strumento di comunicazione a formula magica; si tratta di parole comiche che fanno apparire velleitaria e patetica l’ira del bonzo mentre trascina gli invitati via dal matrimonio lanciando alla nipote sposina improperi in grammelot. L’inevitabile comicità della Butterfly – che va accentata secondo la rima con “mai” e “assai”, come da libretto – sta nell’accurata fabbricazione di un Giappone inesistente; si tratta tuttavia di una rappresentazione funzionale al senso della trama.

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Il Giappone è presentato come terra mutevole sin dalla prima scena, in cui il nakodo, il sensale, mostra a Pinkerton la casa con le pareti mobili in cui vivrà con Cho Cho San. Questa casa che si trasforma, coi muri che “vanno e vengono a prova, a norma che vi giova nello stesso locale alternar nuovi aspetti ai consueti”, è metafora dell’opera stessa, cui Puccini non cessò mai di rimettere mano al punto che oggi non si sa quale possa essere la vera Butterfly affidabile (sulla complicata filologia di quest’opera proteiforme è disponibile online “Puccini’s Work in Progress” di Dieter Schickling). La costante di tutte queste versioni è l’artificialità: pensate alla copertina del libretto della prima rappresentazione, coi dragoni e il nome di Puccini riscritto in caratteri pseudo-nippo, o pensate al dettaglio buffo che la prima Cho Cho San della storia, conciata da geisha, nella vita si chiamasse Rosina. Ma Illica e Giacosa non scrivevano mai a casaccio; lasciavano cadere fra le righe dei libretti una più furba, ammiccante interpretazione. L’artificialità è cercata e realizzata con maestria, ad esempio nello scambio in cui i giapponesi convenuti a casa degli sposi parlano sdrucciolo (“In verità bello non è. Mi pare un re. Vale un Perù. La sua beltà già disfiorì. Divorzierà. Spero di sì”) secondo la sonorità che l’Italia dell’epoca attribuiva alle lingue straniere. Occhio però che quest’artificialità è vicendevole.

La trama gira attorno all’abbandono della sposa da parte di Pinkerton, il tenente della marina americana che, come ha affittato la casa per novecentonovantanove anni con diritto mensile di rescissione, così ha sposato Cho Cho San promettendole amore sempiterno con eguale diritto mensile di rescissione; tanto che già dall’inizio confida al console americano Sharpness che questo matrimonio giapponese varrà fino a che non tornerà in America a trovarsi una moglie vera, magari non quindicenne. Fedifrago e stronzo, parrebbe, poiché oggi viviamo nell’assurda convinzione che i sentimenti siano universali e che l’amore accomuni ogni essere umano da un capo all’altro della terra. Illusi. Se già non si riesce a comunicare univocamente i sentimenti di persona in persona, figuratevi da un continente all’altro. L’amore di Cho Cho San si espleta infatti nel tentativo di trasformare la propria casa dalle pareti mobili in casa americana, come proclama al console Sharpness. Allo stesso modo, intende trasformare il legame con Pinkerton da giapponese a universale: da limitato da un contratto, che garantisce all’americano il diritto di recesso, a imitazione di un costume altrui, di una legge americana in cui l’abbandono del tetto coniugale costa la gattabuia. La determinazione di Cho Cho San nel riprodurre a casa propria il costume americano ha la stessa artificialità con cui abiti di scena, locandina e libretto della Butterfly cercavano di riprodurre il costume giapponese. Benché spinta fino al suicidio, ogni dichiarazione d’amore di Cho Cho Sannon può suonare alle orecchie occidentali diversamente da come, a orecchie orientali, possa suonare l’anatema “Kami Sarundasico”. Cosa vuol dire? Niente. Che valore ha? Nessuno. 

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  • mauro

    08 Dicembre 2016 - 08:08

    Ho visto la Butterfly ieri sera e ho capito perchè era stata un insuccesso nel 1904. I tredici minuti di applausi li trovo perfettamente in linea con i gusti dell'Italia del no.

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