Gli sbianchettatori pol. corr. mandano al macero pure “Huckleberry Finn”

Quel “razzista” di Mark Twain censurato nelle scuole d’America

Giulio Meotti

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mark twain huckleberry finn

Le avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain illustrato da Everett Henry, 1959

Roma. “Dio prima ha creato gli idioti, tanto per fare pratica. Poi, ha inventato i consiglieri dei distretti scolastici”. Mark Twain, il Balzac della letteratura americana, fece questa osservazione, alla fine del XIX secolo, senza sapere che un giorno dei cretini impiegati nei distretti scolastici avrebbero proibito il suo capolavoro, “Huckleberry Finn”. E non importa che Twain sia stato un feroce critico del razzismo americano e che abbia donato tanti soldi alla nascente National Association for the Advancement of Coloured People. Due classici americani sono appena stati vietati in un distretto della Virginia dopo le preoccupazioni sollevate da professori e genitori sull’uso di termini “razzisti” nel clima post Trump.

 

Si tratta, appunto, delle “Avventure di Huckleberry Finn”, che racconta l’amicizia di uno “schiavo” fuggiasco e di un ragazzo bianco, Huck Finn per l’appunto, e del romanzo “Il buio oltre la siepe” di Harper Lee, proibiti nelle scuole della Accomack County. “Ai tempi di Mark Twain, di Dooley e di H. L. Mencken eravamo ancora capaci di ridere di noi stessi”, ha scritto Saul Bellow. “Adesso, la nuova ortodossia e la rabbia minacciano l’indipendenza delle nostre anime. La rabbia è diventata prestigiosa”. E pericolosa. Mark Twain è stato molte cose: un masticatore di sigari, un iconoclastico critico sociale, un musone, “il Lenny Bruce dei suoi tempi”, una mina vagante che avrebbe visto di buon occhio (e deriso) l’espressione “politicamente corretto”. Adesso è diventato anche un “razzista”.

 

Perché nei loro romanzi, Mark Twain e Harper Lee usano la parola “N” più di duecentocinquanta volte. Harper Lee ha vinto un Premio Pulitzer per il suo romanzo, mentre l’attore Gregory Peck si è aggiudicato un Oscar come protagonista dell’adattamento del romanzo, dove interpreta Atticus Finch. Era da 56 anni che il romanzo di Harper Lee si trovava indisturbato nelle biblioteche americane e quello di Mark Twain da ben 132. Ma sono troppo osceni per la nuova mentalità progressista. Non si tratta dei roghi nazisti o delle liste di proscrizione sovietiche, è una censura più sottile.

 

Il romanzo di Mark Twain è stato rimosso anche dal programma di studi in una scuola di Philadelphia, così come è scomparso da una delle più prestigiose scuole private di Washington, la National Cathedral School, che ha deciso di mettere all’indice quello che Ernest Hemingway ha definito il capolavoro da cui “tutta la letteratura americana moderna proviene”.

 

Il Consiglio di stato del Nevada per i nomi ha invece rimandato la decisione sull’opportunità di nominare una baia sul lago Tahoe a Samuel Clemens, il vero nome di Twain, dopo che una tribù locale si era lamentata del fatto che l’autore aveva una visione stereotipata dei nativi americani. Nel 2011, un editore, la New South Books, ha pubblicato una versione del romanzo di Twain per sostituire la parola “negro” con “slave” al fine di “contrastare la ‘censura preventiva’” (bizzarro, visto che alla fine del romanzo lo “schiavo” Jim viene affrancato e a quel punto non è più “schiavo” ma è ancora un “negro”). “Leggendo il testo ad alta voce, avvertivo sempre più il disgusto per le connotazioni razziali evocate dalle parole dei giovani protagonisti del romanzo, un impatto che invece di smorzarsi, cresceva sempre di più col passare del tempo”, ha spiegato il curatore dell’edizione “ripulita” del romanzo di Twain, il professor Alan Gribben della Auburn University di Montgomery.

Per sconfiggere il pol. corr. le università rimettano a tema la verità

La libertà definita come poter fare e dire quello che si vuole fino a quando non si limiti o si danneggi qualcun altro è una regola i cui confini rimangono vaghi. Quando poi c’è di mezzo l’educazione il problema diventa insolubile: posso dire quello che voglio o posso dire solo quello che la maggioranza accetta come giusto?

Benvenuti nella letteratura come “safe space”, dove a dominare sono gli sbianchettatori del pol. corr. che considerano “razzista” anche il romanzo “Charlie e la fabbrica di cioccolato”, perché gli Oompa Loompa sono dei cannibali di colore. A quando la censura di quello sciovinista della “alt right” di Fëdor Dostoevskij?

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Commenti all'articolo

  • marco.ullasci@gmail.com

    marco.ullasci

    06 Dicembre 2016 - 14:02

    Una ragione in più per tenersi stretti i libri di carta.

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