Anche il genio di Philip Larkin avrà la sua lapide a Westminster

Il poeta inglese che disse no a Oxford: “E' l’inferno in terra”

Philip Larkin

Philip Larkin

Oggi è il trentunesimo anniversario della morte di Philip Larkin, massimo poeta britannico del secondo Novecento, e nel Poets’ Corner dell’Abbazia di Westminster viene svelata una lapide commemorativa, onore che lo eguaglia a Chaucer, Shakespeare, Milton e Wilde. Un anno fa ci si era dimenticati di lui: a trent’anni dalla morte la sua tomba nella triste Hull – marmo bianco con tre righe in stampatello: “Philip Larkin / 1922-1985 / scrittore” – era rimasta nuda e desolata mentre nella locale biblioteca universitaria, dove aveva lavorato per gran parte della vita, qualche decina di invitati lo commemorava in una festicciola con vino, tartine e mostra fotografica. Le foto scattate da Larkin sono l’ultimo grido del larkinismo. Il libro “The Importance of Elsewhere” ha sviluppato una selezione da circa cinquemila negativi giacenti presso l’archivio cittadino, da cui si scopre che era più bravo come poeta che come fotografo e che, essendo egocentrico e ossessionato da “l’istantaneo dolore di essere solo”, riusciva meglio negli autoritratti: mentre fa colazione, mentre si rade, oppure chino in golf e papillon sulla Puma Special (7 sterline, dieci giorni di stipendio nel ’47) mentre immortala la propria immagine riflessa. Una ditta di design smercia intanto biglietti augurali in cui animaletti stilizzati recitano suoi versi celebri; un ippopotamo proclama che “i libri fanno schifo”, un’oca dice che “la miseria passa di uomo in uomo” e un’altra le risponde: “Ciò che resterà di noi è l’amore”. Ma è sarcastica.

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Quest’attenzione all’immagine più che alla sostanza è frutto del tentativo di rimozione di un poeta dalla versificazione pragmatica e ruvida, che non faceva mistero di tratti caratteriali difficili a maneggiarsi: alcolismo, pornomania, maschilismo, razzismo e conservatorismo critico. Anche il colpevole e un po’ goffo ritardo della celebrazione a Westminster è segno dell’imbarazzo della Chiesa d’Inghilterra nei confronti della vita privata di questo grigio impiegato ateo, che gradiva le amanti passatelle e scriveva romanzi lubrici con pseudonimo di ragazzina. Del resto Larkin non è nuovo a simili accantonamenti. Adorava la Thatcher, che lo ricambiava citando i suoi versi ma sbagliati. Nel 1972 la Regina stava per nominarlo Poeta Laureato ma all’ultimo gli preferì misteriosamente il più popolare John Betjeman. Dal canto suo, Larkin rifiutò la cattedra di poesia a Oxford ritenendo che l’inferno in terra consistesse nel bere sherry coi docenti dell’università dove aveva studiato. I versi di Larkin sono fulminanti: “Lavoro tutto il giorno e la sera mi ubriaco”, “Levati dai piedi più in fretta che puoi / e non fare figli tuoi”; c’è una poesia sardonica e intensamente triste in cui i soldi risparmiati rinfacciano al poeta: “Siamo tutto ciò che non hai avuto quanto a merce e sesso”. Purtroppo in Italia non si può conoscerlo adeguatamente.

L’ultima edizione di “Finestre alte” nella bianca collana di poesia Einaudi risale al 2002, mentre Nottetempo ha pubblicato i due romanzi soft firmati col nome Brunette Coleman, validi soprattutto come reperti. Manca la traduzione delle altre tre raccolte poetiche, di due romanzi veri e dei versi sparsi; in Italia Larkin è abbandonato a siti-samizdat che propongono traduzioni fatte in casa. Per documentarsi bisogna comprare dall’Inghilterra l’edizione completa delle poesie pubblicata da Faber and Faber (“Collected Poems”, 15 sterline) e orientarsi fra le nuove biografie che questionano, ripartendosi fra favorevoli e contrarie, l’emersione postuma di aspetti ancora più intimi, e ancora meno inclini alla correttezza politica, di questo poeta che scriveva per ottenere “la fama la tipa il denaro”. La migliore è forse quella di James Booth, “Life, Art and Love” (Bloomsbury, 10 sterline). Più della lapide e delle polemiche dei moralisti, tuttavia, la miglior eredità di Larkin è il neologismo “larkinesque”, che riempie il vuoto semantico all’incrocio fra ironia, squallore, cinismo e dolcezza celata, contenuta ma sincera. 

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