My generation, un libro che ha la consistenza confusa e appassionata tipica dei ricordi più cari

Fumettista, scrittore e direttore editoriale di Coconino Press. Igort si racconta: da quand’ero bambino in Sardegna con i suoi, alla partenza per il “Continente”, Londra prima, Bologna dopo. Un racconto intenso, appassionato e personale, che ripercorre gli anni 70 e 80 italiani

igort fumetto my generation

La copertina del nuovo albo a fumetti di Igort, My Generation (dettaglio)

C’è chi le memorie le brucia, come ha fatto il figlio di Vivienne Westwood con quelle di sua madre, e c’è chi invece le conserva come ha fatto Igort: fumettista, autore e direttore editoriale della Coconino Press. Il suo nuovo libro, My generation (Chiarelettere, 289 pagine, 19,90 euro), è come un disco: ha un lato A e un lato B; ci sono illustrazioni, collage di fotografie e di pubblicità (ciao Andy Warhol); ci sono foto più o meno recenti, bianco-e-nero e a colori; c’è Bowie (anche in copertina, disegnato dallo stesso Igort) e Iggy Pop. Più che un romanzo, è un memoir: i ricordi di baby Igor, quelli dell’Igor adolescente, poi quelli dell’Igor ragazzo e infine quelli dell’Igor uomo. Dalla Sardegna – dal paesino d’origine fino a Cagliari, dalle giornate passate accanto al letto della nonna morente, a quelle insieme al papà, ad ascoltare grandi e grandissimi del “classicume” – a Londra, dove regnava il punk, dove Igor impara ad arrangiarsi, viaggia e sperimenta, fino a Bologna, dove il sogno – fare fumetti – diventa realtà e Igor, finalmente, diventa Igort.

 

Zerocalcare in eccesso

Anche quest’anno spunta un fumettaro stregabile e mainstream. Come nasce, chi è, cosa vuole (e cosa no). Trentunenne, madre francese e padre italiano, nato ad Arezzo, cresciuto tra la Francia e Roma Rebibbia, poi liceo Chateaubriand. Storia di un fumettista.

 

È una storia lunga più di vent’anni, racchiusa in un volumone spesso quasi trecento pagine. Nessuna operazione nostalgia, non vi preoccupate. Qui Igort – che ha firmato perle preziose del fumetto italiano come i Quaderni giapponesi – si racconta. Parte dalla famiglia e ci ritorna, in un testacoda prevedibile ma non annunciato. Tocca tutti i punti più importanti della sua vita e della vita di una generazione intera, quella dei sessantottini, dei giovani prima depressi, poi esaltati, infine nuovamente depressi. A tratti, My generation suona come una confessione: un tortuoso percorso tra i ricordi, i pensieri e le sensazioni di prima, dopo e durante. Alcuni nomi vengono protetti - ma sono riconoscibili - dalle iniziali; altri, come quello di Paz, tornano costantemente. L'arte che cresce e l'arte che chiama. Igort l'ha sempre sentita, questa voce.

 



Una vignetta di Igor Tuveri in arte Igort


 

My generation è un libro-fiume, intenso, palpitante, che serpeggia tra toni più alti e toni più bassi, tra costruzioni fitte e periodi brevissimi, tra parole che fermano tutto, chiedono una pausa, e si fanno grandi, gigantesche: tutto maiuscolo, spazi tra una lettera e un'altra, risuonano - nella mente di chi legge - come un urlo senza voce. Era la sua generazione, quella. E Igort la racconta: racconta gli uomini e le donne che ha conosciuto; racconta la sua formazione musicale, quella culturale; racconta la sua passione per il fantasy e per lo sci-fi, la decisione, in tenerissima età, di fare fumetti, e la folgorante passione per il cinema. La Storia, quella con la maiuscola, sta sempre in attesa, ferma sul bordo di una pagina, pronta a intervenire: compaiono critici, letterati, i grandi dell’arte e della musica dell’epoca, incontrati, visti o solo intravisti. Sullo sfondo, o in primo piano, protagonista o talvolta solo comparsa, c’è sempre Igort: che diventa occhi, orecchie, bocca e naso del lettore. Quella era la mia vita, dice; quello ero io. E quelli sono Pazienza, Stefano Tamburini, Pier Vittorio Tondelli e Oreste del Buono. E poi Salinger, che torna sempre, anche alla fine in una lettera di Igort a suo padre; e gli altri “amici di famiglia”, come Pasolini e Fellini.

 


Igort (foto via Facebook)


 

È straziante il ricordo della bomba alla stazione di Bologna: le cose elencate, il polverone, gli autobus con le tendine bianche. “Senza che neppure ce ne accorgessimo morì l’innocenza”, scrive Igort. E improvvisamente, eccola: la radiografia, profonda e puntuale, di una generazione intera. Che era e voleva essere, e a cui, però, è stato impedito di realizzarsi: una rivoluzione sedata sull’uscio di casa, con il chiasso lasciato fuori, in strada, e la solita, pantofolata realtà all’interno. Che bel libro, My generation. Un libro che ha la consistenza confusa e appassionata tipica dei ricordi più cari.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi