Claudio Pavone e la nostra guerra civile

Il grande storico che indagò senza retorica la resistenza. Rileggerlo

Claudio Pavone

Claudio Pavone

Claudio Pavone è morto il giorno prima del suo novantaseiesimo compleanno. Con lui, detto senza retorica di circostanza, se ne va un pezzo pregiato della memoria nazionale, segnata dalla partecipazione alla guerra partigiana. Se ne va anche uno storico per qualche verso anomalo, con una formazione non accademica – cosa che in Italia ha comportato spesso un’eccessiva ingessatura intellettuale (o anche ideologica) a scapito della libertà di ricerca. Prima di approdare all’Università di Pisa – dopo i cinquant’anni, arriverà al grado di associato – aveva lavorato a lungo all’Archivio di stato, cui diede un importante contributo di sistemazione. Contatto con le fonti, conoscenza della macchina dell’amministrazione statale: non è un caso che il suo primo saggio pubblicato si intitolasse “Amministrazione centrale e amministrazione periferica.

 

Da Rattazzi a Ricasoli”. Argomenti di cui tutt’ora a molti uomini politici mancano persino i rudimenti. L’importanza del lavoro storico di Pavone è legata soprattutto al suo lavoro sulla guerra partigiana, a partire dal suo libro del 1991 per Bollati Boringhieri, “Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza”. Era la prima volta che un lavoro così approfondito veniva condotto, e da uno storico con una formazione politica di sinistra, e protagonista di quegli eventi, aprendo una prospettiva interpretativa differente, fuori dalla retorica e dal suo pluridecennale utilizzo politico.

 

La nozione di “guerra civile”, così lontana dalla “guerra patriottica” di profusione sovietica, era allora un termine clandestino, neofascista. Pavone iniziò a spiegare che la Resistenza era stata tre guerre in una: contro “i nazisti invasori”, ma allo stesso tempo uno scontro nazionale tra fascisti e antifascisti, e classista tra social-comunisti e classi borghesi. Non gli mancarono polemiche e ostracismi, ma la strada a una migliore comprensione della storia italiana (anche repubblicana) e della sua complessità era aperta. Claudio Pavone è morto a pochi giorni dal voto su un referendum costituzionale in cui molta retorica è stata spesa utilizzando in modo strumentale l’eredità della lotta partigiana. Bisognerebbe rileggerlo. Qualcuno di più.

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