La fantastica disfatta dei savianei

Una schiatta di opportunisti travestiti da combattenti per la legalità e la correttezza sta salendo sul carro del vincitore americano. Saviano e i tic del cocco della classe discutidora e liberal visti dalla Trump Tower (sveglia, Rep.)

Roberto Saviano

Roberto Saviano (foto LaPresse)

L’avevo gia beccato che votava Trump, nel documentario di Rocca & Pistolini, niente di male ma almeno dicci come la pensi tu, non ti mettere dietro i dimenticati, i forgotten men della rivolta contro l’establishment, tu non sei un dimenticato, magari lo fossi, per te e per noi tutti, sei il cocco della classe discutidora e liberal che prova a fare di te un’icona di stato, nemmeno del politicamente corretto, un idolo del banalmente corretto, molto sotto il livello del calendario dei Carabinieri che esce ogni anno mentre tu esci ogni minuto. E invece, intervistato su sfondo brooklyniano, questo piscialletto petulante e onniloquace si metteva a fare della sociologia da strapaese americano, legittimando da furbetto del quartierino la paranza dei trumpini in Marcia verso la Casa Bianca, nel loro momento peggiore. Ora sulla scia del presidente eletto ci ha regalato un cinguettio festaiolo e banalissimo sulla morte di Castro, quattro frasette in croce sul feroce dittatore che non ha, pensate un po’, “realizzato i suoi ideali”. Meglio i cubani di Miami, che hanno stappato champagne tutta la notte per la fine in ritardo di un assassino dei loro nonni e genitori. Meglio Bertinotti, che ritiene, pensate un po’, “fuorviante” per Castro la definizione di dittatore o di caudillo, ma per Bertinotti eufemismo e comunismo fanno rima da sempre, da sempre ha messo le tragedie del Novecento sul sofà con la sua elegante, impalpabile socievolezza.

 

Saviano, che di recente ha festeggiato la riduzione di una multa per plagio letterario a suo carico, spacciandola su giornali compiacenti per una assoluzione dal reato che invece rimane, solo molto più a buon prezzo, non ha usato eufemismi, la parola non è il suo dono, ha dato un segnale. Vorrei che Calabresi e i colleghi liberal di Repubblica, i robinsoniani della cultura da festival, riflettessero su quanto sta accadendo sotto i loro occhi, e non afferrano. Una schiatta di opportunisti travestiti da combattenti per la legalità e la correttezza in tutti campi, quelli che ci hanno imposto la House of Silliness, la serie delle fesserie “de sinistra”, sta salendo sul carro del presunto vincitore. Sentono che la constituency dei benintenzionati che li ha creati come soggetti sociali plurivalenti, come giovani scrittori e star di pronto uso, bon à tout faire, si va indebolendo ogni giorno di più, Brexit Trump e seguito imminente. Certe languide ideuzze sociali, che avevano per sé i domani che cantano, ora sono candidate a ricomparire come spettri nel mondo di ieri di un potere evanescente distante dalle viscere del sottosuolo, dalle masse, dai diseredati. Ti potevano dare la scorta dell’aureola di martirio, del controllo di legalità, dell’engagement da festa della letteratura e delle buone cause, ma ora si sente la eco di una rumorosa delegittimazione del loro status di fonte battesimale del bene mondano, ora le idee di sinistra te le ritrovi a destra, nella Trump Tower magari o magari nella Little Havana dei perseguitati del comunismo sognatore, isolano, castrista. Perfino un bravo funzionario come François Fillon sta dando l’assalto all’Eliseo travestito da Giovanna d’Arco.

 

E allora si fa largo la vocazione a intrupparsi nel montante esercito rossonero, a non lasciarsi travolgere dai detriti di palazzi abitati fino a ieri in condizioni confortevoli, lontani dalle Vele di Scampia e altri sentimentalismi lumpen. Mi costringeranno a mettermi il cerchietto come una profia progressista, a sintonizzarmi per sempre su Radiotre e a rileggermi tutto Pasolini e tutto Calvino: che spettacolo. Per ragioni di bassa lega istintuale, i savianei si preparano a deludervi, voi che li avete pigmalionizzati per ragioni di bassa lega culturale e politica. Un giorno lo scrittor giovane andrà da Fazio e gli dirà con enfasi tenorile che lui è crooked Fazio, un corrotto del potere di establishment, e a Repubblica dirà che la Raggi e i suoi fascistelli di governo e di legalità sono il futuro della Patria, e mentre noi cattivi continueremo a domandarci come mai un despota brutale come Castro ha realizzato cosi perfettamente il suo ideale tragico, giocandosi undici presidenti americani e ben tre papi, di cui uno santo, loro rigireranno la frittata, mai tanto saporita, e imbracceranno la scure della rivolta sovranista, plebea, nazionalista in nome di un ideale non realizzato, un bene effusivum sui, che poi è sempre il numero di copie vendute ai non-lettori, il numero infinito di comparsate senza senso nei media, il reverente rispetto che sempre incute l’opportunista d’istinto e di lotta, cioè un Saviano qualsiasi.

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Commenti all'articolo

  • Dario

    Dario

    29 Novembre 2016 - 11:11

    Certo, Ferrara, che un piccolo mea culpa per essere stato il primo, credo, ad avviare Saviano al circo mediatico televisivo in una puntata di Otto e mezzo che ancora ricordo bene, potrebbe pure farla! Allora Saviano le piaceva, e la presentazione infatti non fu niente male.

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  • Alessandra

    29 Novembre 2016 - 10:10

    Su questo Ferrara ha ragione: gli intellettuali italiani fiutano l'aria che tira meglio di un cane da caccia. Ora il vento gira in direzione "Trump-ulista" e le avanguardie, che per decenni hanno pascolato marxista in gregge numeroso e composito , virano verso il nuovo potere che si sta delineando in tutto il mondo occidentale. Mai una volta che avessero il coraggio di anticipare il nuovo e di rischiare posizioni scomode come tante volete fanno gli intellettuali francesi: sono sempre, tristemente, alla corte di qualcuno.

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