Lo scandalo della violenza, catena destinata a non interrompersi mai

Il libro di Édouard Louis (Bompiani). Una storia vera

Violenza

"Il massacro degli innocenti" di Rubens

Alla violenza è facile associare lo strappo, il colpo, il taglio, l’esplosione improvvisa e distruttiva. Tutte esperienze che evocano la rottura. Qualcosa, qualcuno si spezza. In realtà, per lo scrittore ed ex soldato Myke Cole, chiunque abbia avuto davvero a che fare con la violenza sa che essa, in fondo, è invece una catena. Uno stato della mente, uno spazio, una regione nella quale ci si può aggirare, magari per anni. Un legame. Sembra fargli eco Édouard Louis, il cui “Storia della violenza” (Bompiani) si apre con la vittima che, paradossalmente, compie gli stessi gesti di un assassino: “Ho attraversato la strada sotto la pioggia per andare a lavare le mie lenzuola a novanta gradi nella lavanderia da basso, a meno di una cinquantina di metri dalla porta del mio stabile, con un sacco di biancheria troppo ingombrante, troppo pesante, che mi faceva curvare la schiena e piegare le gambe”. Se nel suo precedente libro aveva scandalizzato la Francia raccontando la sordida brutalità della provincia, qui Louis prova a investigare una dinamica che ci portiamo dietro e dentro da qualche centinaio di migliaio di anni (chi vuole, può leggere “Da animali a dèi” di Harari, per verificare).

 

Sembra tutto molto remoto quando si citano Konrad e Freud. Si può giocare col fascino morboso di sbirciare in un pozzo buio, come certi viaggiatori che rallentano per osservare gli incidenti. Tutto ciò assume un aspetto diverso quando “l’impulso di morte” non serve a sfornare una tesina, ma ti piomba addosso come una veste sudicia: “Mi ero svegliato quel mattino, dopo che se n’era andato, con un gusto sconosciuto in bocca e l’idea che non avrei potuto sopportare mai più la minima traccia, il minimo segno o la minima apparenza di ciò che si presentasse come la felicità, avrei potuto prendere a schiaffi la prima persona incrociata per strada con il sorriso sulle labbra, afferrarla per il bavero del cappotto, scuoterla con tutte le mie forze e gridare, urlare, e persino i bambini, persino i bambini o i deboli o i malati avrei voluto scuoterli e sputare loro in faccia e graffiarli a sangue, fino a cambiare loro i connotati, per far sparire tutti i volti attorno a me”. Insieme al narratore, assistiamo al progressivo incontro di due esuli diversi, il giovane scrittore e il figlio di immigrati, sulle cui spalle grava il viaggio d’una intera epoca: “Doveva trattarsi anche di poter reinventare il proprio passato più che il proprio presente, poiché era troppo tardi.

Di utilizzare il dopo per conferire un senso al prima, di contemplare la riuscita di suo figlio come in un ultimo gesto disperato per vedervi il risultato di tutta la propria vita e, con ciò, convincersi che tutto ciò che aveva fatto, vissuto, attraversato, subìto, non era stato invano e che tutto era stato fatto con quello scopo, che tutto aveva avuto un senso e un senso voluto, desiderato, ricercato, calcolato, che nulla era andato perduto, che tutte le sue sofferenze e tutti i suoi fallimenti passati erano investimenti e sacrifici consentiti per il futuro. Il passato è la sola cosa che si possa cambiare e sono sicuro che avesse più paura del proprio passato che del futuro”. La seduzione, la serie di infiniti dettagli dell’aggressione, le sue fasi altalenanti, dove persino la paura è una staffetta tra vittima e carnefice “come se fosse un fantasma passato dall’uno all’altro, dai miei occhi ai suoi”. Una catena che appunto non si interrompe, ma continua a distanza, negli interrogatori, nelle vacanze lontane, e soprattutto nella scrittura. Potrà suonare artefatto, ma è vero che anche nella violenza tutto un altro mondo si affaccia nella nostra vita. E’ una forma dolorosa di conoscenza, che implica la difficoltà e la brama bruciante di raccontare e raccontarsi. Attrazione, comunicazione, aggressione, reazione. Gautier parlava delle “consolazioni dell’arte”. Qui si capisce che non si tratta di nessuna catarsi a buon mercato, ma della necessità di continuare ad attraversare quello spazio, per quanto possa costare. C’è molto di noi, che ci aspetta. 

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