Il Figlio

Le case dei bambini che non hanno una casa, nel paese dell’assenza

Qui in Moldavia in fondo al bosco ci sono i figli che nessuno sa. Vita dentro un corridoio

Annalena Benini

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Il Figlio

“Paesaggio russo”, opera di Ludmilla Filippova

L’allegria – la semplice allegria – qui in Moldavia non esiste. L’allegria è qualcosa di diverso, con un fondo più scuro, pesante, che è malinconia e paura insieme. La paura arriva dal pensiero di domani, la malinconia arriva dal cielo, dagli alberi, da un sentimento di abbandono che sta nelle città e nella campagna, nei campi che nessuno coltiva, nelle strade che nessuno aggiusterà mai. La campagna è il posto dell’assenza, dove resta solo chi non sa scappare, o chi sente così forti le proprie radici e la propria impossibilità che per vivere ha bisogno di vedere questo cielo bianco sopra case fatte di una camera da letto e di una stufa, sopra la terra nuda e dentro il buio che nessuno ha mai pensato di accendere con i lampioni. Si esce dalla città e ci si infila dentro una strada fiancheggiata da alberi e da un canale di scolo, bisogna evitare le buche, che però sono larghe come tutta la strada quindi bisogna semplicemente attraversarle: i bambini che abitano in campagna vanno a piedi oppure con un autobus dei beati anni comunisti (i loro genitori dicono che qui era il paradiso in terra, in confronto ad adesso), gli adulti vanno sulle automobili sgangherate, o sul carretto trainato da un cavallo.

A piedi fa un freddo che sembrano coltellate nelle dita delle mani, anche a novembre, anche con il sole che è sempre più grigio che giallo, e fa una luce pallida, come fosse stremato dalla fatica di continuare a brillare anche qui, dove non serve. Questa strada di campagna è il ponte verso un mondo che non esiste, che nessuno sa. Sembra di passare dalla realtà a un luogo che può stare solo dentro un ricordo, dentro l’anima, e invece questi scheletri di alberi sono vivi, il freddo è vivo, alle finestre si vedono le luci, e passano signore con i fazzoletti in testa legati stretti sotto il mento, sono abituate al buio, al fango, sono abituate all’idea che la vita è dura. Solo con questo sentimento e con questa accettazione si può sopportare di andare incontro a quello che c’è in fondo alle strade di campagna, dietro un’ultima curva o lungo una strada di minuscole case buie con il soffitto bassissimo per non disperdere il calore. Lì in fondo ci sono le case dei bambini che non hanno una casa. Le case dei bambini che non hanno una madre, perché la madre è partita per andare a lavorare all’estero (in Italia, in Russia, in Portogallo, in Israele), o perché non ce la faceva più, o anche solo perché non voleva, non aveva mai voluto, e non aveva soldi, non aveva un marito, non aveva la forza di essere una madre per suo figlio.

In questa campagna, vicino a una città non grande che si chiama Falesti, a due ore di automobile e di buche da Chisinau, la capitale, ci sono sei o sette case per i bambini che nessuno vuole, oppure, quando sono più fortunati, per i bambini che a mezzanotte di un giorno qualunque hanno bisogno di un posto dove rifugiarsi perché il padre ha bevuto troppo o perché non c’è niente da mangiare, non ci sono medicine, o fa troppo freddo anche per dormire. Ci sono i bambini che stanno qui tutto il giorno e vanno a casa la sera, e ci sono i bambini che non vanno a casa mai. Io arrivo e all’esterno sembra tutto allegro e caldo, con i pupazzetti alle finestre illuminate, con l’idea che lì dentro ci sia qualcuno che sta facendo merenda, guardando la televisione, correndo su e giù per la cucina. Per entrare basta bussare, e comunque è difficile che entri qualcuno, giusto un ispettore dell’assistenza sociale, o la signora che guida l’auto del pronto soccorso e vuole controllare che la sua bambina preferita, che quando è arrivata qui era tutta blu, stia bene. Si entra e ci si toglie le scarpe, subito, è il gesto importante di chi dice: siamo a casa. I bambini giocano lungo un corridoio, e questo corridoio è tutta la casa.

La bambina più piccola ha otto mesi, il più grande ha quindici anni e un grande ciuffo che cade sopra gli occhi. Sta in canottiera perché ha caldo o perché è l’unico modo che ha di sembrare alla moda, di appartenere al grande mondo dei vivi che vede sul computer e in televisione. La piccola sta in una specie di girello colorato, e una bambina bionda di quattro anni le agita davanti agli occhi un sonaglio, la piccola muove le braccia per afferrare il sonaglio, lì accanto un maschio con la testa rapata e il pannolino rovista nel cestino della spazzatura e un’altra bambina con una calzamaglia bucata lo indica e ride. Nel corridoio ci sono due divani duri ricoperti con un telo pesante, bordeaux a arabeschi bianchi, e una scrivania con il computer. La televisione è accesa e le due signore che si occupano dei bambini (una resterà a dormire con loro, l’altra sta per andare via, si sta legando il fazzoletto sotto il mento, è stanca e ha l’aria arresa di chi non può fare più di così) tengono i bambini in braccio e guardano un gioco a quiz, con il pubblico che applaude. I bambini, quelli che sanno parlare, le chiamano: nonne. Le pareti sono dipinte con gli animaletti e i fiori del bosco.

Io dico che vorrei sapere qualcosa dei bambini che vivono qui, loro pensano che io voglia controllare le loro condizioni e mi mostrano subito con una specie di orgoglio le due camere da letto, sette letti ciascuna uno accanto all’altro, più il lettino della piccola, Tania, messo accanto a quello della sorellina più grande. La stanza dei maschi e la stanza delle femmine, la stanza dei risvegli ogni giorno dell’anno, anche a Natale, la stanza delle notti in cui qualcuno urla e sbatte la testa contro il legno del letto. Per l’infelicità che non riescono a dire, per il bisogno di qualcosa che non sanno nemmeno che cosa sia, ma la sentono. E la vedono negli occhi degli altri bambini, quelli che a un certo punto vanno via da qui, tenuti per mano da una madre o da un padre. “Questi bambini sono stati abbandonati”, mi dice la signora arresa, facendomi entrare nella stanza dei compiti e dei lavoretti, quattro pupazzi di peluche e alle pareti i disegni e le fotografie dei bambini. Abbandonati alla nascita o poco dopo, come Nico che era malato, come Tania che era troppo piccola, nata di sette mesi, e l’hanno lasciata sul tavolo della cucina, nuda, microscopica: quando la polizia l’ha portata qui, a due mesi, pesava due chili e non sapeva piangere e stava morendo.

Adesso sorride dentro una tuta rosa sbrindellata, le fanno male le gengive e ancora non sa che il mondo non è solo questo corridoio e che esistono le madri e le passeggiate e i negozi di giocattoli. Loro vivono dentro il paese dell’assenza, possono stare qui fino ai diciotto anni, e forse cambieranno corridoio e casa, andranno in un altro Internat (si chiamano così i luoghi di accoglienza per bambini soli), ma non sarà mai molto meglio di così. Una bimba con i capelli e gli occhi scuri (figlia di una rom e di un moldavo, mi dice con disapprovazione la signora nervosa e stanca che dormirà con loro) mi viene incontro con gli occhi accesi di curiosità, e recita una poesia perfino, la prendo in braccio e la signora dice: no no, mettila giù, poi si abitua. Proprio me la toglie dalle braccia. Ha un vestito viola, indossato molte volte da molte bambine, e sopra c’è scritto: i need a hug. Lei non lo sa che cosa vuol dire, non lo sa nessuno qui e io non posso nemmeno tenerla in braccio per cinque minuti perché altrimenti si abitua. A che cosa non deve abituarsi una bambina di quattro anni? A qualcuno che la abbraccia, ad esempio, o che la porta a fare una passeggiata quando verrà la primavera. Ai regali, anche. A Natale che cosa succede qui, ho chiesto.

Dicono che i vecchi ospiti dell’Internat, cresciuti, quelli che hanno conquistato una vita per sé, si ricordano delle vecchie maestre e portano i dolci ai bambini, e anche quelli che hanno le bancarelle al mercato del paese mandano qualcosa, a volte giocattoli, vestitini, e d’estate si va tutti a fare un picnic. I bambini grandi aiutano quelli piccoli, si diventa fratelli anche senza esserlo, si chiama nonna una signora brusca che prepara la cena dentro un pentolone, come in una storia di Charles Dickens, ma senza l’avventura. Mentre parliamo, la bambina con i capelli scuri diventa seria: la sua allegria adesso è scura e pensosa e a me sembra che lei capisca tutto. Che lei resterà sulla sua seggiolina e il mondo uscirà dalla porta e lei mangerà la minestra, farà la doccia, andrà a dormire nella stanza con i sette letti, e domani sarà identico a oggi, prima a scuola e poi nel corridoio, una caramella dura, a volte un lecca lecca, e poi a letto. Anche a Natale, senza mai abituarsi a essere presa in braccio.

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