Il Figlio

Le baby sitter

Tengo i bambini delle amiche, ma li faccio vivere nel mio spazio: quello delle eccezioni

Baby sitter

Una scena del film "Mary Poppins"

Le baby sitter sono femmine e giovani, quasi tutte. Hanno zaini grandi con dentro i libri da studiare per quando il pupo si addormenta, il caricabatterie per il cellulare, la felpa da indossare quando tornano a casa la notte. Sono studentesse, vestono in un modo sexy e disinvolto che crea turbamento nei padri, e nelle madri pure. Si tolgono le scarpe e si acciambellano sul divano dove seminano briciole di biscotti. Nonostante la promessa fumano in casa poi aprono le finestre e fanno sparire le cicche. Andando via, lasciano nel salotto un odore di sudore e shampoo del discount e le matite con cui si fermano i capelli, dimenticate tra i cuscini. Le baby sitter costano, e non fanno la fattura. Io no. Io tengo i pupi delle mie amiche gratis. Non fumo più, non mangio biscotti e soprattutto se sbriciolo è comunque casa mia. I pupi me li portano qui, al sesto piano, dove vivo insieme ai miei due cani. Adesso che mi hanno messo l’ascensore l’unica vera preoccupazione rimasta alle mie amiche sono i cani. Non tanto perché pensino che siano pericolosi – anche se un po’ lo pensano – ma per via dei peli. Nonostante abbia comprato una specie di scopa che si passa sul pavimento, specifica per raccogliere i peli, e la passi continuamente, soprattutto quando loro arrivano col pupo. La scopa raccoglie moltissimi peli, ma, sarò sincera, non hanno torto a farmi notare che a terra ne rimangono altrettanti. Come se oltre a raccoglierli li moltiplicasse, forse per rendersi indispensabile. O perché i peli dei cani non spariscono mai, in presenza di cani.

 

Le case dei bambini che non hanno una casa, nel paese dell’assenza

Qui in Moldavia in fondo al bosco ci sono i figli che nessuno sa. Vita dentro un corridoio

 

Io dico alle mie amiche che mi lasciano i pupi che farò comunque attenzione che non si rotolino per terra, e la prima cosa che faccio, appena si chiudono la porta alle spalle già in ritardo per il cinema, è mettere il pupo a terra, incoraggiandolo a rotolarsi. Lo faccio perché so che il pupo si diverte. Ma non solo per questo. Le baby sitter, lo dico come rappresentante di categoria, pensano che i genitori si comportino coi figli in maniera isterica. Che siano troppo apprensivi, che impediscano loro di crescere facendo degli errori, sperimentando. Che siano rigidi negli orari e inflessibili nella scelta del cibo. Per quale ragione, pensano le baby sitter, non dovrebbero mangiare le caramelle o il formaggio o assaggiare un sorso di champagne, se lo desiderano? Un sorso di champagne rende la vita migliore a chiunque, anche a un pupo di un anno, pensano le baby sitter in fondo al cuore. Eppure si trattengono, non fanno proprio tutto quello che riterrebbero giusto. Io, per esempio non ho mai fatto bere niente che non fosse acqua ai pupi che avevo in custodia. Però li ho fatti impanare di peli gattonando sul pavimento e non li ho allontanati quando uno dei miei cani, come segno di amore e rispetto, ha dato loro una leccatina in faccia. C’è un mondo dietro ogni porta chiusa, un mondo invisibile. La cosa migliore è ignorarlo, fingere che non esista come la luce dentro il frigorifero. Che importa se sia accesa o spenta quando non la vediamo? E’ uno spreco di tempo e di energia occuparsi di quello che le persone – mariti mogli amici amanti baby sitter… – fanno in nostra assenza. Quello che conta è che tornino a noi, da qualunque posto abbiano visitato dietro la porta, proprio come li abbiamo lasciati, o magari migliori.

Così le baby sitter, nella maggior parte dei casi, riconsegnano alle madri i pupi incolumi. Coperti di peli di cani, con il naso moccicoso, le tutine macchiate ma senza ferite sanguinanti o avvelenamenti in corso. Questo perché le baby sitter, come gli amanti o ogni altra forma di distrazione, sono saltuarie. Vivono nello spazio ricreativo dell’esistenza, quello delle eccezioni. Dove, se non si esagera, si può fare tutto. Le piccole trasgressioni, restano piccole fin quando non diventano abitudini. Solo in quel momento diventano grandi, e pericolose. Io non ho figli, e vivo tutta la mia vita in quello spazio lì, quella delle eccezioni. Forse anche perché non solo non ho figli, ma non ho nemmeno un’esistenza fatta di abitudini. Tranne la scrittura, non ho visto crescere niente di mio. Eccetto i miei cani, ma i cani sono cani, su questo non mi sono mai fatta illusioni. Però mi sono occupata di moltissime cose, persone, pupi. Per un po’. O magari anche per molto tempo, ma non un tempo continuato. Questo ha fatto di me una persona capace di cedere a seduzioni che mostravano la loro vita effimera fin dalle premesse, ma reticente rispetto alle relazioni lunghe. Sono andata via da quasi tutto, per paura di vederlo morire, perché non l’avrei sopportato. Persino di me smetto di occuparmi, dopo una certa quota di sofferenza. Una cosa sola mi dispiace: chi ha figli ha dovuto imparare a credere che a un’azione corrisponde un risultato, che se ci si comporterà in un modo finirà bene, altrimenti sarà un casino. Che se si beve champagne a un anno, prima o poi si finisce nei guai. Io no. Io, purtroppo, non ho mai avuto prove che una buona manutenzione dell’esistenza sia la strada migliore, o almeno quella che ti farà sopravvivere più a lungo. Peccato, forse sarei stata più felice, o almeno più serena.

L'ultimo romanzo di Elena Stancanelli è “La femmina nuda” (La nave di Teseo), finalista al premio Strega

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