L'epoca della "post verità"

E’ la parola dell’anno per gli Oxford Dictionaries. Scelta inevitabile, ma non per tutti

L'epoca della "post verità"

(foto di Youtube)

Dunque, ricapitoliamo. C’è stato “selfie” e c’è stato “vape”, equivalente del nostro “svapare” ossia fumare una sigaretta elettronica. Nel 2015 c’è stata invece una parola che a volere essere pignoli non era proprio una parola bensì un pittogramma: l’emoji che raffigurava le lacirme di gioia. Ieri è stato annunciato che la nuova parola dell’anno individuata dallo staff degli Oxford Dictionaries è “post-truth”, termine definito come “relativo o connotante circostanze in cui l’oggettività dei fatti influisce sull’opinione pubblica meno delle emozioni e del convincimento personale”. Scelta inevitabile quanto “selfie”, parrebbe, nell’anno del trionfo dei Trump e dei Farage; ma prima di lasciarsi andare ad alti lai su come i vocabolari rispecchino il disfacimento della nostra società c’è da avanzare qualche distinguo. Anzitutto, la scelta non è univoca né si arroga assolutezza. Tanto per dire, pochi giorni fa i curatori di dizionari altrettanto autorevoli, i Collins, hanno deciso che la parola inglese del 2016 è “Brexit”, opzione altrettanto difficile da contestare. Del resto il relativo sostantivo “Brexiteer” è stato in lizza fino all’ultimo per la scelta di Oxford, assieme ad “Alt-right” ma anche a “coulrophobia”, la paura dei pagliacci – in questo caso senza alcun sottinteso politico. Il procedimento per la scelta della parola dell’anno è bello e istruttivo.

 

  

Perché l’italiano è una lingua sempre più povera e politicamente corretta

Il libro di Patrizia Valduga e il nostro lessico malmesso. Nelle pagine degli scrittori, si sta diffondendo uno pseudo-italiano che ricalca lingue straniere facendole convergere verso una piatta semplificazione. Dalle parole quest’epidemia s’è espansa ai concetti, l’espressione dei pensieri e quindi i pensieri stessi.

 

Nel corpus di circa 150 milioni di parole che costituiscono la lingua inglese oggi, aggiornata mensilmente con un compulsivo controllo informatico di ogni fonte scritta o trascritta dal parlato, i lessicografi di Oxford ricercano quelle che negli ultimi mesi in esame hanno goduto di un repentino incremento nell’utilizzo (qualche dubbio sulla serietà del metodo affiora dallo spazio riservato ai suggerimenti online dei lettori). Procedono quindi a stilare una shortlist, da cui selezionano quella che ritengono più efficace. Non c’è dunque alcun intento etico nella scelta, e checché ne scriveranno i giornali l’emergenza di “post-truth” non sarà un ammonimento né un tentativo di interpretare un anno di politica scombussolata. Il vero criterio è l’internazionalità: per lo staff di Oxford, la parola deve poter essere letta senza difficoltà dalle due sponde anglofone dell’Atlantico. “Post-truth”, in effetti, è ciò che ha accomunato non tanto i risultati sorprendenti del referendum britannico e delle presidenziali americane quanto, in linea generale, la maniera in cui entrambe le campagne elettorali sono state condotte da favorevoli e contrari. Sarebbe facile sfruttare questa scelta degli Oxford Dictionaries per dare caratura accademica al tentativo di Facebook di limitare la circolazione di notizie false, così da non influenzare i destini politici mondiali con reazioni emotive artatamente create sui profili dei singoli elettori.

E’ più importante sforzarsi di notare alcuni dettagli con l’occhio del lessicografo. Il primo dato di fatto è che il termine scelto come parola dell’anno non entra necessariamente nella nuova edizione dell’Oxford English Dictionary: anzitutto perché esso è solo uno, benché il più prestigioso, dei numerosi e articolati e talora bizzarri vocabolari stampati dalla stessa casa editrice, i cui curatori indagano sulla parola dell’anno. La scelta pertanto non è un’incoronazione ma solo il riscontro di un incremento nell’uso. In secondo luogo, la parola dell’anno non è necessariamente stata coniata nell’anno stesso: Brexit risale al 2013 e un saggio intitolato “The Post-Truth Era” circola già dal 2004, quando Farage era un grigio eurodeputato e Trump era iscritto alle liste del Partito Democratico. Se ne deduce che una parola debba essere ambiziosa e mirare a essere come minimo la parola del secolo; solo se “post-truth” ce la farà, ci sarà da preoccuparsi. Ma il recente albo d’oro delle parole dell’anno comprova la natura effimera di “svapare”, “gif”, “unfriend” e “refudiate” – quest’ultima, “rigettare una notizia confutandone la veridicità”. L’avete più sentita? 

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  • gaetano.tursi@virgilio.it

    gaetano.tursi

    17 Novembre 2016 - 16:04

    “Post-Verità”, a ben vedere, altro non è che la definizione politicamente corretta (pertanto “nobile”) di “opinione”. Una opinione espressa, però, “assertivamente”: dove l’apparente ossimoro tradisce il regime di “dittatura del relativismo” con cui ha esordito il III millennio. E che in ambito religioso potrebbe bene declinarsi come "post-Fede".

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  • gaetano.tursi@virgilio.it

    gaetano.tursi

    17 Novembre 2016 - 13:01

    Post-verità. Lo staff degli Oxford Dictionaies ha scelto “Post-truth” come nuova parola dell’anno: “relativo o connotante circostanze in cui l’oggettività dei fatti influisce sull’opinione pubblica meno delle emozioni e del convincimento personale”. L’ottimo Antonio Gurrado ricorda come “un saggio intitolato “The Post-Truth Era” circola già dal 2004”; d’altro canto è il contesto della “modernità

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