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Un minimanuale per non morire di scoop

Le notizie hanno superato il limite legale, ma durano poco, scrive il Washington Post. Questo “ritmo vertiginoso è appropriato solo per un’autostrada – scrive la Sullivan – Alcuni spettatori si sono semplicemente coperti le orecchie e hanno emesso un urlo degno di Munch: ‘Basta!’”. Ma poi ci sono i social, che distorcono ancora di più quel che già dritto non pare affatto".
Un minimanuale per non morire di scoop

Particolare de "L'urlo di Munch"

In una campagna elettorale in cui le notizie corrono quasi sopra “il limite legale”, ha scritto sul Washington Post Margaret Sullivan, “gli scoop continuano ad arrivare, e alcuni non reggono più a lungo di un soufflé. Alcuni sono basati su qualcosa che nemmeno somiglia a una fonte adeguata. Altri, nemmeno su quello”. Sullivan è una che di media, scoop, politica e racconto giornalistico se ne intende: è stata public editor del New York Times e ora è media columnist al Washington Post, e ha appena pubblicato un minimanuale per gestire il flusso incontrollato di notizie-scoop. Questo “ritmo vertiginoso è appropriato solo per un’autostrada – scrive la Sullivan – Alcuni spettatori si sono semplicemente coperti le orecchie e hanno emesso un urlo degno di Munch: ‘Basta!’”. Ma poi ci sono i social, che distorcono ancora di più quel che già dritto non pare affatto: le email di Hillary e l’Fbi, per esempio. “Molte di queste storie sono basate su fughe di notizie provenienti da fonti governative – o fonti ex governative – che se decidono di uscire allo scoperto evidentemente hanno un qualche tipo di scopo partigiano. Il loro sorprendente coraggio è reso molto più facile dal pratico oscuramento giornalistico riguardo la loro identità o le loro motivazioni”.

 

Bill Grueskin, professore alla scuola di giornalismo della Columbia, ha ironicamente notato su Twitter: “Questo è probabilmente il momento ideale per commettere un crimine federale, perché la maggior parte degli agenti dell’Fbi sono impegnati a chiamare i loro giornalisti preferiti”. La vicenda delle tasse non pagate da Donald Trump, poi, “è basata su documenti scoperti dai giornalisti del New York Times mentre indagavano sul fallimento dei casinò di Trump. Eppure li ho visti definiti come leak, e ho fatto l’errore di rituittare questa cattiva informazione. (E’ stato un momento particolarmente imbarazzante perché poco prima, quello stesso giorno, avevo sostenuto con entusiasmo l’importanza del ‘triplo controllo prima di condividere’)”. Da qui la domanda: “Cosa deve fare un lettore se la verità è difficile da trovare, spesso oscurata da teorie del complotto, mezze verità, iperboli e velocissime bugie?”.

 

Ecco qualche raccomandazione: “Non credere ai tuoi amici, ai tuoi follower, al barbiere o all’estetista. Ciò che leggete su Facebook o Twitter, o che si dice per sentito dire, potrebbe non essere la migliore fonte del mondo, fatta eccezione per le nuove ricette a base di quinoa. Dategli un paio d’ore. Dopo l’esplosione iniziale di nuove notizie, c’è una fase di debunking. Alcune rettifiche possono arrivare più tardi e portarvi più vicini al regno della verità (probabilmente non verranno da Infowars). Se stai leggendo la stessa notizia su più organi di informazione, di solito affidabili, potrebbe essere ragionevole dar loro un po’ di fiducia. Se questo non funziona – e probabilmente non lo farà– si può sempre uscire dal calderone e aspettare fuori”. Tra poco poi sarà tutto finito, sapremo chi è il presidente, “ci sarà un rivoluzione, forse, o perlomeno qualche pettegolezzo decente su qualcuno”. 

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