La riscoperta del western, antidoto schietto al politicamente corretto

Tra le varie ragioni della crescente popolarità di questo genere, c'è anzitutto l’urgenza di Epos, l’esperienza epica (che oggi può essere letta come un desiderio inconscio di rivincita nei confronti di una società dominata dal politicamente corretto). E, per i giovani, il topos relativo al rito di iniziazione. 

La riscoperta del western, antidoto schietto al politicamente corretto

I protagonisti di "I magnifici 7" di Tarantino (foto Youtube)

Basti pensare agli ultimi due film di Tarantino, a “I magnifici 7” di Fuqua, ma anche a “Revenant” di Inarritu. E poi i nuovi romanzi del texano Joe R. Lansdale, le migliori opere di Philipp Meyer, alcuni titoli di Don Wislow. Per non parlare dei recenti successi in Italia dei datati “Il grande cielo “di A.B. Guthrie (Mattioli) e “Butcher’s Crossing” di John Williams (Fazi), quest’ultimo un capolavoro. E dove le mettiamo le serie tv “Texas Rising” oppure “Hell on Wheels”, dedicata dagli ideatori Tony e Joy Gayton alla costruzione della prima ferrovia transcontinentale? Insomma. Ce n’è. Ma quali sono i motivi per cui questo genere gode oggi di una nuova e crescente popolarità? L’ho chiesto a Joe R. Lansdale, il quale ha detto: “Il recente successo del western è sorprendente e secondo me si spiega perché la gente pensa che il mondo di allora avesse meno sfumature, fosse più schietto, e che le cose venissero risolte molto più semplicemente. Ecco perché ora va forte: perché si presta alla narrazione di storie più dirette, più coerenti con una società che chiede semplificazioni.”

 



 

Stessa domanda ad Alessandro Cinquegrani, docente di letteratura comparata a Ca’ Foscari. “Prima di essere un genere popolare, il western è l’archetipo di un conflitto di civiltà, nel quale peraltro il nemico – l’indiano – è spesso terribilmente minaccioso ma anche evanescente, irraggiungibile, e tutto si gioca nei rapporti di forza che scaturiscono tra i dominatori. E’ facile vedere in questa struttura una metafora della condizione storica presente in cui l’occidente si trova ad avere un nemico sconosciuto e imprendibile ma anche terribilmente insidioso. Mentre il conflitto sociale di questi anni è stato declinato recentemente attraverso un imperfetto realismo, oggi sembra che torni ad alimentare un’immaginazione più ampia, finzionale, alla quale il western, coi suoi paesaggi, le sue conquiste, le ambizioni e le cadute, si presta molto”.

 

Entrambe le risposte sottendono una corrispondenza tra attuale società occidentale ed elemento western e in entrambi i casi si attribuisce a questo genere letterario una capacità del tutto specifica di interpretare una certa sensibilità presente e diffusa, anche inconsapevolmente, nel nostro tessuto sociale e culturale. Ciò che però è interessante osservare è il fatto che al di là di un ritorno del western vintage, il successo cui stiamo assistendo ai giorni nostri riguarda anche certe opere narrative e cinematografiche che a esso semplicemente si ispirano, ricalcandone sì canoni estetici, ma rimodellandone di fatto approcci, stili e temi. Questo genere è stato capace infatti di trasformarsi e adattarsi alle diverse epoche della società occidentale, sottolineandone aspetti in linea con le nuove tendenze attraverso una moltitudine di approcci e di riusciti tentativi di ibridazione letteraria. La sua nuova popolarità va pertanto ricercata nella straordinaria versatilità stilistica propria del genere, che permette di unire azione, dramma e commedia.

 

Ma ciò non basta. Al di là di ogni riflessione critico-letteraria, infatti, ritengo che tale rinascita sia anzitutto riconducibile ai significati più intimi del genere stesso, quelle “anime” cioè che stanno alla base di ogni western, dal più classico bang-bang al più wilderness, per così dire. E quali sono questi soffi vitali comuni? L’urgenza di Epos, anzitutto. L’esperienza epica (che oggi può essere letta come un desiderio inconscio di rivincita nei confronti di una società dominata dal politicamente corretto). E poi il sogno del superamento della frontiera o la lotta per la sua difesa (non è forse un tema di attualità in quest’Europa odierna?). E ancora: il fascino dell’avventura attraverso una natura selvaggia e ostile, da affrontare come sfida titanica, contrapposta alla sicurezza irregimentata e ovattata della nostra ripetitiva quotidianità urbana. Ma io credo sia soprattutto il topos relativo al rito di iniziazione ad affascinare il nuovo pubblico del western, soprattutto quello più giovane. Quello che, per capirci, di prove da superare per diventare adulti, non ne ha mai viste nemmeno col binocolo ma che paradossalmente gli piacerebbe averne, ne sentirebbe la necessità vitale, se non fosse che il nostro sistema educativo e formativo gliele ha negate e sottratte tutte, una alla volta, in un processo di omologazione verso il basso.

 

Occorre dire che la nostra è un’epoca in cui si vive una sorta di adolescenza permanente e spesso non si distinguono più i padri dai figli e i figli dai padri? Il superamento di una prova, la realizzazione di un’impresa per diventare finalmente grandi, per realizzare un sogno, per godere della libertà, qualunque cosa essa possa significare. Chiamatela metafora, se vi va. Questo ci piace del western. E ci piace perché ci manca. Pensate a “Oltre il confine” di Cormac McCarthy, quando Billy a un certo punto ferma il cavallo e si volta indietro. Con quel gesto egli cambia la sua vita. Noi abbiamo troppi legacci per poterlo fare. Ma abbiamo anche perso la capacità e il coraggio di provarci. Ecco perché lo invidiamo.

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