Dopo Trump, la solita sfiancante retorica apocalittica

Dobbiamo per forza dire che dopo “x” (inserire a piacere un evento elettorale o l’ascesa/caduta di un leader) il mondo non sarà più lo stesso, che viviamo anni, mesi, giorni, secondi decisivi. In questo modo, abbiamo perso la sana abitudine della noia delle istituzioni.
Dopo Trump, la solita sfiancante retorica apocalittica

(foto LaPresse)

Ho fatto un sogno a occhi aperti. Il 3 ottobre Xi Jinping, dopo aver visto per l’ennesima volta il video su YouTube dove Maradona palleggia al ritmo di “Life is life”, si fa portare il Washington Post. Legge le parole del severo editoriale vergato dall’editorial board: “In sintesi, l’elezione di Trump probabilmente porterà alla fine dell’èra della leadership globale americana che è iniziata nel 1945”. Il presidente Xi non crede ai suoi occhi. La grande stampa americana sostiene che le ragioni strutturali del primato degli Stati Uniti – economico, militare, tecnologico – siano cancellate da un nuovo inquilino della Casa Bianca. Sostiene inoltre, amplificata da una grancassa senza precedenti, che i meccanismi di pesi e contrappesi della democrazia degli Stati Uniti non possano funzionare, se messi alla prova. Il presidente Xi ripone il Washington Post e, canticchiando “Life is life”, riprende a occuparsi della sostituzione del potente ministro Lou Jiwei.

 

Era solo un sogno, ma le parole del Washington Post sono reali quanto la passione del presidente Xi per il calcio. Ormai la retorica apocalittica è costante compagna degli appuntamenti elettorali. Questo gusto per l’apocalisse è una delle debolezze delle democrazie occidentali in questa fase. Dobbiamo per forza dire che dopo “x” (inserire a piacere un evento elettorale o l’ascesa/caduta di un leader) il mondo non sarà più lo stesso, che viviamo anni, mesi, giorni, secondi decisivi. In questo modo, abbiamo perso la sana abitudine della noia delle istituzioni. Ci ritroviamo a picconare la fiducia delle nostre società e a indebolire la proiezione esterna della democrazia occidentale, che collochiamo sempre sull’orlo di un precipizio, o in attesa di salvezza grazie a proposte ridicole come l’esclusione dal voto per titolo di studio o per età elevata. Ovviamente le differenze di valori esistono: per esempio, per chi scrive l’antisemitismo e l’invito a non vaccinarsi non rientrano nel concetto di tolleranza. Ma se animiamo costantemente lo scontro finale tra il Progetto paura dell’apocalisse e il Grande calderone dell’apocalisse, diventiamo incapaci di capirci, più vulnerabili di quanto siamo, vittime di aspettative assurde su eventi o uomini miracolosi. Ne vale davvero la pena? 

 

Poco dopo la rielezione di Obama nel 2012, Gillian Tett del Financial Times aveva identificato la tendenza generale della politica occidentale nella brinkmanship, l’arte di sopravvivere e governare i processi attorno a un precipizio. “Fine dell’euro”, “orlo del default”, “summit decisivo”, “peggio di Weimar, signora mia” diventano espressioni di senso comune, che non significano più nulla, fino alla prossima fine del mondo. C’è qualcosa di marcio in questo meccanismo: vivere sull’orlo dell’abisso non può riportare fiducia nella società, né colmare i divari. La democrazia liberale è indebolita perché si è fissata con la danza sul precipizio invece di occuparsi della cucitura dei divari. Sul Foglio (23 luglio 2016), ho sostenuto che un leader prudente e intellettuale come Barack Obama non ha portato la conciliazione che lui stesso cercava, tracciando un solco sempre più profondo con parte della popolazione. Questo è stato il suo dramma. Il Progetto paura dell’apocalisse non può che accentuarlo. 

 

Guardando il dito dell’apocalisse, dimentichiamo la luna delle istituzioni e dei dati strutturali, fino ad autoalimentare la profezia apocalittica. Il genio della cultura occidentale è invece basato sulla capacità di adattamento e sul riconoscimento della realtà. Nel senso più profondo: le prime comunità cristiane hanno vissuto il dramma di un ritorno che doveva “giungere presto” ma non è avvenuto, di un mondo che non è morto, di un’apocalisse che non è giunta. Noi siamo figli di quel tempo che resta. Siamo figli delle istituzioni costruite in questo lungo tempo, anzitutto lo stato-nazione, che non sarà abolito perché usiamo la parola governance o perché prendiamo l’aereo. Lasciamo perdere l’apocalisse.  

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