Padri

“Ti porto al museo” non è più un gioco: è una terribile minaccia

Alla sera, nella nostra casa ai piedi della collina di Fiesole, il babbo ci prendeva in braccio facendoci girare per il lungo corridoio e sostando davanti a ogni quadro, usandolo come pretesto per raccontarci una piccola storia. Fu quel nostro percorso museale domestico che ci abituò all’idea che ogni dipinto è una storia, forse la tua storia.
“Ti porto al museo” non è più un gioco: è una terribile minaccia

Foto di amy gizienski via Flickr

La rubrica "Padri" fa parte dell'inserto Il Figlio, lo speciale di Annalena Benini. In ogni numero un padre racconta di sé, con i figli: storie, sentimenti, pensieri, ossessioni, scoperte. Sono qui disponibili tutti gli articoli.

 


 

Per farmi addormentare, il babbo mi raccontava che i graffi che si trovano sul Ritratto (di un ignoto marinaio?) di Antonello da Messina sarebbero stati fatti dalla figlia del farmacista che possedeva l’opera nell’Ottocento. Quella disgraziata (pare fosse un’amica del nonno) sfregiò il dipinto perché era irritata dallo sguardo fisso, persecutorio, ironico e beffardo dell’effigie. E anche il babbo, mi confessava abbassando un po’ la voce, aveva obbligato suo padre a un gesto iconoclasta. Lui, che si chiamava Francesco (come me, come il nonno e anche il bisnonno, come tutti i figli di quella bizzarra famiglia di siciliani di lontane e oscure origini greche) era nato lo stesso giorno della morte di suo nonno. Nel corridoio troneggiava il ritratto fotografico di quel terribile padre di suo padre, con i folti baffoni e gli occhi come due carboni ardenti. “Il demone Caronte, al confronto, aveva lo sguardo acquoso di un innamorato!”. Il babbo ne era ossessionato: aveva l’impressione che quegli occhiacci lo seguissero ovunque. Pianse e urlò così tanto che costrinse suo padre a toglierlo dalla parete e riporlo in un armadio. Ma questo gesto non bastò a placarlo, finché suo padre, esaperato, bruciò la foto davanti a lui.

 

Qualcosa, di quel rapporto magico con le immagini, il babbo ce l’ha passata. Alla sera, nella nostra casa ai piedi della collina di Fiesole, il babbo ci prendeva in braccio facendoci girare per il lungo corridoio e sostando davanti a ogni quadro, usandolo come pretesto per raccontarci una piccola storia. Dopo il ritratto altero, opera di un anonimo pittore del Seicento, di Niccolò Machiavelli, del quale ci magnificava le grandi virtù, invitandoci a osservare l’intelligenza del suo sguardo, ci indicava, nel quadro accanto, la stradina solitaria costeggiata da alti muri, dietro ai quali si intravedevano cipressi e case dal tetto rosso, dipinta dal suo amico Ottone Rosai, e ci faceva immaginare che fosse percorsa ogni sera da un signore molto stanco che si fermava a cercare a lungo le chiavi, proprio sotto quella finestra illuminata dove lo stavano aspettando con una zuppa fumante… Fu quel nostro percorso museale domestico che ci abituò all’idea che ogni dipinto è una storia, forse la tua storia, che devi imparare a leggere e interpretare, per poterla raccontare. 

 

Nel mio libro sugli Uffizi ho raccontato che, diventati più grandicelli, quasi tutte le domeniche, nostro padre ci portava agli Uffizi. Durante la prima colazione, la mamma ci anticipava cosa avremmo visto: le vite dei pittori, i soggetti dei quadri, le sue preferenze. La mattina era dedicata al rito laico dell’osservazione dei quadri, che precedeva quello pagano del primo pomeriggio alle partite di calcio della Fiorentina, nello Stadio di Campo di Marte, affollato di figure concave e convesse, progettate da Pier Luigi Nervi. Oggi che faccio anch’io, con alterni risultati, il genitore, devo riconoscere che loro erano davvero bravi a prepararci per questa “missione culturale”, alla quale con mio fratello andavamo molto volentieri e pieni di curiosità. Erano coscienti che i musei e la storia dell’arte non sono, naturalmente, roba per bambini. Come sosteneva Ernst H. Gombrich: “La storia dell’arte per i bambini non esiste: non credo che i bambini debbano esser costretti a guardare qualcosa, sono contrario a questo. I bambini riescono a interessarsi agli aneddoti narrati dalle immagini: solo quanto si va svolgendo, solo l’azione illustrata li attrae davvero e li avvince in tutta spontaneità”. Per i nostri genitori, i quadri erano cultura e storie, ma anche giochi. E poi sentivano il dovere di mostrarci la Bellezza quando non è ovvia e richiede lavoro (da parte dei pittori) e fantasia (da parte dei fruitori). 

 

I miei figli invece, che vivono tutto il giorno immersi nelle immagini in movimento, hanno in grande antipatia i quadri e odiano mostre e musei. Il ritratto di Machiavelli, “con gli occhietti intelligenti”, ha rischiato grosso a causa di una pallonata del più piccolo. La minaccia “Ti porto al museo” è una delle più terribili. In ogni viaggio, la visita a una galleria d’arte o a un sito archeologico è possibile soltanto dopo una sfinente contrattazione. E comunque sono musi lunghi, apparente disinteresse e soltanto alla fine il riconoscimento a denti stretti che “tutto sommato non era così male” (ma resta il sospetto che questa formula venga usata per compassione verso i genitori). 

 

Mi chiedo spesso dove ho sbagliato. La colpa è anzitutto dell’arte contemporanea. Le pareti della nostra casa, dove trionfa l’astratto, poco si prestano al racconto di storie. E poi, forse, l’errore pedagogico è stato di non aver applicato la “legge del divieto attivo”. Se si vuole ottenere qualcosa dai figli d’oggi, basta vietargliela. L’ho provato varie volte: se dici loro di non guardare assolutamente un certo quadro, o una sala, è quasi certo che correranno a farlo. Se vuol quindi salvare la passione dei figli per l’arte, la “nuova pedagogia” deve lavorare sul divieto. Così i musei si riempiranno non solo di scolaresche disperate e di ragazzini deportati dai genitori.

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