Il Figlio

La luce accesa

Ho ricominciato a insistere perché imparasse a scrivere i messaggi. Lei si rifiutava, diceva che era stupida, impazziva con quel coso. Mi ricordava un obbligo che avevo da adolescente: tornavo a casa di notte e dovevo spegnere la luce dell’abat-jour che i miei avevano lasciato accesa. Il segnale del mio ritorno, sana e salva. 

La luce accesa

Foto di chaps1 via Flickr

Ho insistito molto con mia madre perché imparasse a scrivere messaggi con il cellulare. I primi anni che ero andata a vivere fuori, mi chiamava tre volte al giorno. Anzi, mi chiamava molto di più. Abbiamo litigato tantissime volte: se io non rispondevo alle sue telefonate, lei invece che demordere si accaniva. Quando uscivo da una lezione, o dal cinema, mi ritrovavo sul cellulare venti chiamate perse e mi veniva un colpo. Pensavo subito che doveva essere successo qualcosa, che mio padre era finito in ospedale, che i miei nonni erano morti. Poi la richiamavo e lei sembrava arrabbiatissima, anche se le sentivo la voce incrinarsi per il sollievo, per il pericolo scampato: ero viva. Lei urlava e urlavo anche io. Una volta, per spiegarle quanto avevo ragione, le dissi: se durante la notte sono morta, o se in metro sono morta, stai sicura che l’informazione ti arriva prestissimo, molto prima di quello che ti aspetti. Ti arriva prima che ti venga in mente che forse sono morta. Quella volta pianse per la mia volgarità. Ero ricorsa alla paura, l’avevo condita e colorita, giusto per farle venire il prurito.

 

Aveva ragione lei. E le sue ragioni le ho capite solo l’estate scorsa. Eravamo sul terrazzo di una sua amica, un posto dove si parla sempre di tutto, spesso delle cose di cui non si parla dentro casa. “Le figlie bisogna lasciarle libere, se no se ne vanno”, diceva la sua amica. In effetti, sua figlia è rimasta e io invece sono andata via. Nessuno lo dichiara, ma chi ci conosce pensa che io e mia madre non abbiamo un buon rapporto. Invece, dentro casa nostra c’è una materia che negli ultimi anni è lievitata, e io, mia madre e mio padre stiamo a guardarla un po’ stupiti. Noi tre, questo amore non lo esibiamo mai. Non lo celebriamo mai, non lo diciamo mai. Non ne abbiamo bisogno, lo sentiamo e basta.

 

Ma mia madre, quella sera, aveva iniziato la sua battaglia, da sola, anche contro di me. Disse, con l’aria (rarissima per lei) di una che ne sa di più: sai qual è il pensiero che ti tormenta? E’ la notte. Ti svegli all’improvviso e non sai se tua figlia è tornata a casa oppure no. E non la chiami perché lo capisci che non è giusto, e rischi pure di svegliarla. E a volte non sai niente di lei sino alla sera del giorno dopo. E’ straziante non trovartela in casa quando ti svegli al mattino, e sapere in quel momento che è viva. Da quella sera io ho smesso di dire che non mi doveva chiamare più.  Però ho ricominciato a insistere perché imparasse a scrivere i messaggi. Lei si rifiutava, diceva che era stupida, impazziva con quel coso. Le spiegavo che così ci saremmo potute sentire sempre, e senza disturbarci. Le promettevo che le avrei scritto ogni due ore, ogni ora! Ma non le interessava, a lei bastava che io facessi solo una cosa: quando non potevo rispondere, dovevo mettere giù il telefono. Così capiva che ero viva. Mi ricordava un obbligo che avevo da adolescente: tornavo a casa di notte e dovevo spegnere la luce dell’abat-jour che i miei avevano lasciato accesa. Il segnale del mio ritorno, sana e salva. 

 

Mi stavo rassegnando, poi mio padre le ha regalato uno smartphone. Le ha spiegato che più il telefono era buono, più sarebbe stato facile usarlo. E infatti, con questo telefono buono ha iniziato a mandare messaggi. Qualcosa come C.i.a.o.s.o.n.o. l.a.m.a.m.m.a. Oppure “c.i.a.o.c.h.e.f.a.i.” Ha cominciato con uno alla settimana, poi sempre di più. Ora quasi ogni giorno. Mi scrive quando è sola in casa e sta aspettando di andare al lavoro, oppure ha il pomeriggio libero. Non usa i messaggi per controllarmi, per accertarsi che io sia viva, come avevo immaginato che avrebbe fatto. Mi scrive per passare il tempo.
Ora sono in treno, torno a Roma. Mi ha appena scritto: "Stavo penzando che quando finiscono i contenitori c’è solo l’alluminio per i panini, che ne penzi?" Le ho risposto di fare meno la spiritosa (la sua era una battuta sul mio furto di un contenitore di plastica, un argomento delicato per la mia famiglia), e soprattutto che pensare si scrive con la s. Alla fine del messaggio ci metto una risata, perché sono stronza ed è il mio modo di dimenticare che questi errori mi fanno torcere lo stomaco. Lei mi risponde che mio padre, tempo fa, la s di pensare gliel’aveva già corretta ma lei se ne era scordata. Poi aggiunge che si sarebbe messa a ricopiare il mio messaggio per imparare a scrivere la risata. Mia madre è una delle persone più allegre che io conosca. Se non si fosse ritrovata in casa quel marito e questa figlia, la sua vita sarebbe stata una giostra.

 

Io intanto penso a mio padre. Sta lì in piedi, alle spalle di mia madre che è seduta al tavolo. Lui con gli occhiali sul naso e lei, che per certe cose lo imita, pure. Mio padre serio, attento, le ricorda che pensare lo deve scrivere con la s, e lei dice: ah sì, come fosse una dimenticanza qualsiasi. Per tutte le ore che viaggio in treno, lei continua a inviarmi messaggi, e in questo pomeriggio ha deciso di imparare a scrivere ahahah, la risata appunto. Tutti i suoi sms finiscono così. E io rido, mi diverto perché lei fa ridere davvero, è buffa. La adoro. Le faccio notare che ormai ha imparato a scrivere i messaggi, e che prima faceva tante storie, quante storie…“Eh sì, sto diventando grande”, mi ha risposto.

 

Ilaria Macchia è scrittrice e sceneggiatrice

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