Ode a Carlo di Borbone, il re liberale che fermò l’Equitalia dell’epoca

A Carlo di Borbone, re di Napoli dal 1735 al 1759, quando poi divenne re Carlo III di Spagna, furono riconosciuti nell’Ottocento molti meriti sia dai borbonici sia dai liberali, quindi diciamo bipartisan. Gli riuscirono bene tante cose, per bravura e per fortuna.
Ode a Carlo di Borbone, il re liberale che fermò l’Equitalia dell’epoca

Carlo di Borbone

A Carlo di Borbone, re di Napoli dal 1735 al 1759, quando poi divenne re Carlo III di Spagna, furono riconosciuti nell’Ottocento molti meriti sia dai borbonici sia dai liberali, quindi diciamo bipartisan. Gli riuscirono bene tante cose, per bravura e per fortuna. All’epoca, al posto dei vincoli dell’Unione europea c’erano quelli (non meno pressanti) di parentela tra le famiglie regnanti. Carlo era figlio di Elisabetta Farnese e di Filippo V di Spagna, a sua volta nipote di Luigi XIV di Francia e di Maria Teresa d’Austria. Anche per la sua giovane età, fu vigilato dalla Corte di Spagna. Eppure, dopo un po’ se ne affrancò, senza strappi, e assicurò l’indipendenza al Regno di Napoli mediante l’emanazione, alla sua partenza per la Spagna, della Prammatica Sanzione che vietava a un principe reale spagnolo di cingere in futuro la corona napoletana. Ne potenziò la difesa, con successi militari, rifiutò l’influenza britannica contro l’Austria. Mise ordine nelle finanze pubbliche togliendo spazio agli arrendatori, l’Equitalia dell’epoca, fece enormi investimenti pubblici in opere architettoniche che eguagliarono le migliori in Europa (Regge di Portici, Capodimonte, Caserta; Teatro San Carlo; Orto Botanico; Fabbrica di porcellane a Capodimonte) e promossero lo sviluppo delle rispettive arti (musicali, decorative), iniziò gli scavi archeologici di Pompei, Ercolano e Stabia, attenuò i privilegi del clero, affrontò i bisogni sociali (Albergo dei Poveri di Napoli e Palermo), aprì i mercati alla concorrenza, realizzò con un approccio liberale la miglior politica industriale, lasciò spazio a economisti, storici e filosofi illuministi e soprattutto se ne avvalse.

 

Grazie alla sua bravura, ma soprattutto ahimè all’essere re, non ebbe una minoranza interna livida. Tanta bravura e fortuna, secondo i liberali dell’Ottocento, non furono ereditate da chi gli subentrò. Si disse che Carlo fu re borbone non borbonico. Vi fu chi andò controcorrente, come lo storico Michelangelo Schipa che in un saggio del 1904 si disse deluso dai risultati del governo di Carlo. Ma in una immediata recensione Benedetto Croce, pur apprezzando lo sforzo analitico di Schipa, ne criticò lo zelo tanto imparziale e severo da sconfinare in criticismo ingeneroso.

 

In un’intervista sulla storia di Napoli, nel 1978 Giuseppe Galasso andò ben oltre. Ravvisò ulteriori meriti di Carlo di Borbone nell’essersi occupato delle province del Regno non meno che della capitale, di aver promosso lo sviluppo demografico, il rinnovamento delle campagne, la formazione di una nuova borghesia, capace di dare impulso a una nuova agricoltura, alla sua trasformazione, alla rivoluzione industriale, alla crescita del Mezzogiorno. Tutto ciò portò ad affrancarsi dalla finanza internazionale e a valorizzare le energie endogene e indigene. Sembrerà ardito, ma tutto ciò rappresentava in un certo senso il rovescio della medaglia inscindibile dell’Illuminismo napoletano, che con Galiani e Filangieri, Giannone e Genovesi, Doria e Pagano, sotto re Carlo non aveva nulla da invidiare a quello europeo.

 

Aggiungiamo noi un paio di considerazioni nel campo dell’economia e politica industriale, in particolare della seta, punto di forza a Napoli dal Quattrocento. Carlo evitò gli incentivi settoriali, sempre distorsivi, e puntò sulla domanda pubblica qualificata (le feste a Corte stimolarono i maestri tessitori a offrire abiti e drappi di seta sempre migliori), l’innovazione tecnologica (filo sottile contro la seta grezza preesistente a Napoli), la formazione professionale (scuola di S. Leucio, colpevolmente trasformata dal successore Ferdinando IV in fabbrica a partecipazione statale con inevitabile tracollo dei privati), la concorrenza internazionale (filo sottile verso velluti francesi). Agli investimenti pubblici nelle opere architettoniche corrisposero gli investimenti privati nella produzione e nel commercio. E’ così che si fa, se si vuole crescere.

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