La battaglia persa di Twitter contro il bullismo

Lungi dall'essere finalizzate a "garantire un maggiore controllo agli utenti sulla propria esperienza sul social", infatti, le nuove misure di cybersicurezza di Twitter sono meccanismi di censura. Da finestra a spioncino, il social network non ci salverà dall'odio universale
La battaglia persa di Twitter contro il bullismo

Twitter trema. E non tanto perché i destini della riorganizzazione aziendale (riduzione del 9 per cento della forza lavoro e abbandono entro fine anno di Vine), annunciata la scorsa settimana, sono poco chiari e le voci di una chiusura delle sedi europee di Olanda, Italia e Germania continuano a proliferare nonostante le smentite ufficiali dei vertici della piattaforma. Nelle ultime ore, Twitter ha diffuso la notizia del lancio di funzioni che serviranno ad arginare la violenza virtuale perpetrata da cyberbulli, troll e tutta la marmaglia di molestatori 2.0, per i quali i social network ha finito con il diventare capro espiatorio, da habitat confortevole quale era fino a non troppo tempo fa.

 

Questo passaggio da megafono dell'odio universale a suo carburante e, infine, principale ispiratore, ha infilato Twitter in una spirale incontrollabile che è interessante analizzare non tanto come prodromo del suo declino o della sua fine, quanto come indice della balordaggine con cui si confonde la rimozione di un problema con la sua soluzione. Lungi dall'essere finalizzate a "garantire un maggiore controllo agli utenti sulla propria esperienza sul social", infatti, le nuove misure di cybersicurezza di Twitter sono meccanismi di censura. Esempio numero uno: "muted words", il meccanismo che consentirà a ciascun utente di selezionare le parole che non intende leggere (razzismo, negri, cicciottelle, dieta, bistecca?). Quindi, da finestra sul mondo quale era, Twitter diventerà spioncino sul proprio pianerottolo. Esempio numero due: dalle conversazioni, che procedono sempre per stringati botta e risposta in cui compaiono i nomi di chi è coinvolto o menzionato (in gergo si dice "chiocciolarsi"), scompariranno proprio i nomi di protagonisti e menzionati. E così sarà facile finire col rispondere a qualcuno che non si ha idea di chi sia.

 

Di recente, su Medium, Tressie McMillan Cottom, ricercatrice di sociologia, ha spiegato come questo modo di procedere non la aiuterà affatto a proteggersi da bulli e troll perché "la sicurezza risiede nel sapere a chi sto scrivendo". Cottom ritiene che non sia il social network a dover adottare restringimenti, ma i suoi fruitori: la regola base deve tornare a essere la scelta. Selezionare le persone con cui interagire, in fondo, è una pratica cui siamo adusi nella vita reale. Stretto com'è nella morsa del reprimenda, è comprensibile che Twitter non abbia il tempo di appaltare alla educazione al buon senso e alla ragione critica l'edificazione degli argini di un fiume continuamente in esondazione come è quello della comunicazione virtuale tra sconosciuti.

 

Poche settimane fa, la Disney ha rifiutato di acquisire tutta la baracca (anche se, poi, a fine ottobre s’è parlato di un ripensamento del colosso dell'animazione: e via libera ai sospetti di speculazione) per evitare l'assimilazione alla fucina di bulli che terrorizzano i genitori di tutto il mondo: è chiaro che Twitter non può permettersi campagne progresso e deve agire, non importa se alla cieca. Fu la Disney, nel ’63, a produrre "Una spada nella roccia", dove Mago Merlino trasforma il suo piccolo allievo Semola in un pesciolino e, quando un minaccioso luccio tenta di divorarlo, non interviene: "devi cavartela da solo", dice al ragazzo. Il punto è quanto si è disposti a cedere al terrore, creando una serie di servizi assistenziali per camuffarlo, piuttosto che ad armarsi per affontarlo. Una ricerca appena pubblicata sulla rivista "Developmental Psychology", rileva che i bambini dai 3 ai 4 anni mostrano un atteggiamento autoritario, ingiusto e predatorio – che per gli studiosi è ragionevole supporre sia innato – che, verso gli otto anni, svanisce e si trasforma nel suo contrario. In quel momento deve intervenire l'educazione "emotiva": il condizionamento dell'ambiente circostante è fondamentale. Non sarà un dato rivoluzionario, ma di certo aiuta a ricordare che l'essere umano non va manipolato, bensì educato.

 

L'ultima stagione di “Black Mirror”, serie tv che più distopica non si può, contiene l’episodio “Odio universale”, durante il quale milioni di persone, attraverso un hashtag, mandano a morte chi ha detto o fatto qualcosa di politicamente scorretto. Persino lì appare evidente che Twitter non è nient'altro che un veicolo e che l'intervento necessario (ma, probabilmente, insufficiente) è sempre e solo sull'umano.

 

E l'Italia? Stando ai dati raccolti da Rita Marchetti e Sara Bentivegna dell'Università di Perugia, i giornalisti italiani usano il social network essenzialmente per promuoversi, evitando l'interazione con gli altri utenti (che mediamente indirizzano loro richieste di cambiare lavoro o bruciarsi vivi).
Magari sarà il provincialismo a salvarci dall'odio universale.

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