Il mito dell’eterna frontiera nel fantastico vecchio West di Joe Lansdale

Civiltà e natura, legge e violenza nello splendido western “Paradise Sky”, appena uscito in italia per Einaudi. Con più d’una strizzatina d’occhio ai topoi del genere. Che ci trasportano in un luogo tanto lontano quanto familiare.
Il mito dell’eterna frontiera nel fantastico vecchio West di Joe Lansdale

Foto di photophilde via Flickr

Può capitare di udire le penultime parole famose, magari all’impiccagione di un criminale che abbia appeno affermato edificante “So che Dio mi ha perdonato e mi aspetta in paradiso con un’arpa”, solo per sentirsi rispondere da un volto nella folla: “Spero di non doverti mai sentire mentre la suoni”. Sono parecchi anni che Joe Lansdale riesce a illuminare i luoghi più bui e brutali col cerino del suo sorriso. Basti pensare alla sua coppia di investigatori, il bianco etero Hap e il nero, gay e conservatore, Leonard, capaci di strapparti una risata a voce alta in treno o in metropolitana (nella loro ultima avventura, “Honky Tonk Samurai”, sono davvero sul punto di infilare un collare a un ubriacone che massacra di botte un cane). E nel suo splendido western “Paradise Sky” (appena uscito in italia per Einaudi) le munizioni non si sono affatto inceppate: “Il cinese fissò per un momento Cramp: Uomo morto”. “Non ti sfugge niente, eh?, dissi”. “Non migliorerà”, commentò. “Lo escludo”. Invece d’una coppia basata sul contrasto e sul bilanciamento (un classico del poliziesco che risale in fondo a Cervantes) qui assistiamo invece a un passaggio di consegne: un vecchio soldato ed ex ministro confederato che accoglie un giovane nero sfuggito a un passato di violenze e al rischio d’un linciaggio. E’ l’inizio di un viaggio che è anche una spirale, tra le file delle nuove truppe nere dell’esercito nazionale, guardate con malcelato sospetto (“avevano deciso già chi eravamo, e ogni giorno ci toccava dimostrare che si sbagliavano, che non saremmo mai stati come pensavano loro”), Apache, briganti, carovane di donne cinesi (“Dare fica gratis!”), personaggi realmente esistiti, cavalli e belle donne, fino a un’ultima, definitiva e sorprendente resa dei conti col passato, con più d’una strizzatina d’occhio ai topoi del genere. Che ci trasportano in un luogo tanto lontano quanto familiare.

 

“Il fiume dentro di noi, il mare è tutto intorno a noi”, scriveva Eliot, con una di quelle immagini che non ci si stanca di riproporre. Si può dire anche di quella frontiera tra civiltà e natura, legge e violenza che è il western, dove ci si può sedere sotto le stelle a sorbire un caffè e discutere della Provvidenza o della sua assenza e dove, ogni tanto, si può anche imparare come rispondere al sopruso e alla violenza (“Sei il piccolo dei miei negri, e loro le hanno prese di santa ragione”. “‘Ci pensa questa, ad accrescere la mia statura’, risposi, tirando fuori di tasca la LeMat”). “Oltre il confine” di McCarthy è un titolo che già evoca un’intera dimensione, tanto geografica quanto esistenziale. Il western è già dentro di noi, un mondo evocato anzitutto dal linguaggio: dalle descrizioni dei falò da cui si alzano lingue di fuoco “come diavoli danzanti” e da quella inconfondibile commistione di violenza verbale e buone, vecchie maniere che è l’anima d’un dialetto tutto suo: “Penso sia arrivata l’ora di dirci i nostri nomi. Non l’ho fatto subito perché c’era l’eventualità di doverti uccidere. Trovo sia molto più semplice uccidere qualcuno di cui non conosci il nome. Ma credo che adesso possiamo scambiarci questa informazione senza rischiare di ammazzarsi, lasciarci un occhio o offendere i rispettivi sentimenti.”

 

Il termine “grande epopea” è spesso abusato nelle recensioni ma, come ha notato Richard Morgan, “Paradise Sky prende gli stessi cowboy che McCarthy aveva impegnato per un effetto così serio e fosco, e li inserisce invece in un racconto entusiasmante, dall’umorismo nero e ultimamente speranzoso sul vecchio West. Se siete come me, bighellonerete dentro la storia sena alcun vero senso d’urgenza o progresso persino, ma la voce narrante è calda, arguta e trascinante, e alla fine vi mancherà”. E ha ragione. Che gli dèi che presiedono ai bivacchi, alla polvere, al sangue e alle risate, ci conservino ancora a lungo la voce di questo vecchio cantastorie.

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