La terra trema, e i nostri figli no

La scossa più forte, domenica mattina, ha segnato un avanzamento: il terremoto è entrato per sempre in ogni parte di noi, anche nei bambini. Ora hanno capito che questo mostro esiste, e non se ne va.
La terra trema, e i nostri figli no

Alcuni giocattoli in un centro di accoglienza per i terremotati (foto LaPresse)

Il terremoto di domenica mattina, il più forte di tutti, terremoto di macerie senza morti ma anche senza più la speranza che sia finita, ha segnato un cambiamento, un avanzamento: è entrato per sempre in ogni parte di noi. Che eravamo a Roma, o altrove, abbastanza lontani ma comunque vicini, in una mattina di festa, quando è ancora tutto tranquillo e i bambini cominciano a svegliarsi da quel sonno invincibile e pieno che ha risparmiato loro il terremoto di agosto. Domenica scorsa i letti si sono mossi a lungo, i pupazzi sono caduti, il boato li ha spaventati, fatti piangere, e dopo un po’ chiedere, seri: posso andare a vedere se la mia stanza è crollata?

 

Il terremoto, dopo questi due mesi infiniti, spossanti, è diventato anche dei bambini che non hanno mai visto Amatrice o Preci, che non hanno rischiato di morire sotto un soffitto crollato, che sono vivi e hanno una scuola e una casa e però domenica mattina cercavano le crepe nuove nei muri e chiedevano: ma adesso torna? ma è stato più di sei? Più di sei, è il numero che hanno imparato a scuola o ascoltato nei discorsi degli adulti, più di sei vuol dire sempre qualcosa di brutto. Così adesso loro si alzano dal letto e vanno da soli a mettersi sotto un tavolo, sotto l’arco di una porta, si vestono veloci, afferrano qualche pupazzo, urlano: non con l’ascensore. C’è un mostro che esiste davvero, nessuna madre rassicurante potrebbe più mentire dicendo: non arriverà mai qui; perché domenica il mostro ha spostato il tavolo, ha fatto ruggire il letto, sono caduti i libri e i lampadari dondolavano forte. I bambini ora sanno anche che questo mostro ritorna, non gli importa niente delle persone che non ce la fanno più, del freddo, dello sconforto di chi domenica ha pensato: non tornerò mai a vivere là, né delle famiglie che litigano perché ogni scossa diventa la prova di una colpa o di una scelta sbagliata.

 

Così anche nella distanza, e nella sicurezza che non può mai convincerci fino in fondo, i bambini hanno fatto conoscenza con il terremoto: lo descrivono ai parenti al telefono, lo disegnano, lo giudicano, e purtroppo lo aspettano. La differenza è che adesso sono convinti che tornerà. Guardano con sospetto chi scuote la testa e dice di no, guardano il lampadario in cucina, vogliono una torcia accanto al letto, anche piccola, un portachiavi con la luce può bastare, e pensano al gatto, ai pesci, architettano fughe complicate in cui tutti i giocattoli vengono messi in salvo, creano protezioni per il palazzo con la spada laser. Fanno domande difficili sui bambini che vivevano nei luoghi dove il terremoto si accanisce, e hanno una certezza nuova, indimenticabile, che li porta via dall’infanzia: sanno che cosa si sente quando la terra trema. Quel che succede ai muri, agli occhi dei genitori, al silenzio della domenica mattina. Si sentono più coraggiosi, e lo sono davvero.

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