I gusci di conchiglia vuoti d’Italia

Dopo il 24 agosto, dopo il 26 ottobre, dopo Norcia, un po’ tutti, e molti commentatori sui giornali, hanno riscoperto con le vertebre anche un “cuore” italiano, geografico e identitario. L’Italia collinare, dei piccoli borghi, quella che ha subìto lo spopolamento della modernità. Cosa si è perso sull’Appennino? Un libro di Brilli ce lo fa vedere
I gusci di conchiglia vuoti d’Italia

I danni provocati dal terremoto in centro Italia (foto LaPresse)

Non si usa più, nelle scuole elementari, la metafora antropomorfa, banale ma comprensibile, degli Appennini colonna vertebrale della Penisola. Anche per questo ci abbiamo messo molti anni (Ancona, 1972; Assisi, 1997) per capire che lungo quella fragile, scoliotica, schiena che va sconnettendosi e frantumandosi, perdendo per sempre (“ricostruiremo tutto” è un appello che contraddice i dati della scienza) le sue piccole vertebre dai nomi fino a ieri sconosciuti, ciò che va a pezzi è l’ossatura stessa dell’Italia. E anche qualcosa che somiglia alla memoria. Il “sistema paese”. Dopo il 24 agosto, dopo il 26 ottobre, dopo Norcia, un po’ tutti, e molti commentatori sui giornali, hanno riscoperto con le vertebre anche un “cuore” italiano, geografico e identitario. L’Italia collinare, dei piccoli borghi, quella che ha subìto lo spopolamento della modernità. Eppure bella, anzi “il nucleo di quello che tutti gli abitanti del mondo visualizzano davanti a sé quando sentono la parola ‘Italia’”, per dirla con lo scrittore Luca Doninelli.

 

Ma è un’Italia con una doppia faccia, attorcigliata come un guscio di conchiglia, così come si presentò San Gimignano a Henry James: “Al modo di una rara conchiglia argentea, dilavata dal mare del tempo, smozzicata e piena di crepe”. In un eccellente libro di Attilio Brilli, anglo-americanista emerito dell’Università di Siena e tra i più grandi studiosi della letteratura di viaggio, appena pubblicato dal Mulino, Il grande racconto delle città italiane, c’è un capitolo che si intitola “Il fascino delle città collinari”. Scrive: “Accogliente e protettivo riparo, la conchiglia è spesso evocata nella descrizione dei luoghi”. La metafora di una resistente fragilità, immota ma “piena di crepe”. Chi sfogliasse il libro, con le sue descrizioni di viaggiatori stranieri sette-ottocenteschi e le sue 250 tavole pittoriche che rimandano a città per noi divenute nel frattempo “invisibili”, non troverebbe Norcia (ma Ancona sì, Assisi sì). E San Gimignano non è l’Appennino che guarda l’Adriatico, quello che sta sobbalzando sotto i piedi dell’Italia. Ma, scrive Brilli, è “il modello per antonomasia del paese medievale italiano, ormai ridotto a contenente quasi senza contenuto, a periclitante guscio ornamentale”.

 


Attilio Brilli (immagine di Youtube)


 

Contenente quasi senza contenuto è il cuore dell’Italia, non solo quello andato pasolinianamente perso, ma anche quello paesaggistico di cui abbiamo colto fino a oggi il pittoresco o persino, sciaguratamente, il gastronomico. Ma non l’importanza sociale ed economica, per non stare a scomodare categorie più esistenziali. L’Italia appenninica, collinare svelata come un organismo vivente da Brilli è l’Italia resa bella attraverso i secoli da persone che hanno creduto che la vita fosse bella e si potesse farne bello ogni aspetto, campo e sasso. Forse adesso non lo si crede più, forse torneremo a crederlo. Ma non la salveranno le polemiche conservative di Tomaso Montanari. Resta che l’Italia-guscio protettivo e vuoto della civiltà che fu, difficilmente può tornare a esistere, senza cambiare persino lo stile di edificazione delle case. Quella era un’Italia in cui “le città sono tutte capitali”, come disse Byron. Oggi sono conchiglie invisibili, inutilizzabili.

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