Non saranno gli appelli a salvare il greco antico, ma un atto d’amore

“Avevo proposto di chiamarci Falange Oplitica, ma task force è andato per la maggiore”, racconta al Foglio Guido Calosi che, insieme a Francesco Rainero (entrambi studenti universitari, ventunenni e fiorentini, sedotti e mai abbandonati da Omero), cura la comunicazione della “Task Force per il Classico”.
Non saranno gli appelli a salvare il greco antico, ma un atto d’amore

Foto carole Raddato via Flickr

Roma. “Avevo proposto di chiamarci Falange Oplitica, ma task force è andato per la maggiore”, racconta al Foglio Guido Calosi che, insieme a Francesco Rainero (entrambi studenti universitari, ventunenni e fiorentini, sedotti e mai abbandonati da Omero), cura la comunicazione della “Task Force per il Classico”, l’appello che nove professori hanno rivolto al ministro dell’Istruzione e al presidente della Repubblica affinché la traduzione dal greco e dal latino non venga eliminata dalle prove della maturità del liceo classico (come proposto dall’ex ministro dell’Istruzione, Luigi Berlinguer: idea al profilarsi della quale lo Zeitgeist ci aveva preparati) e per favorire, incrementare o rendere almeno possibile la scelta degli studi classici. Lanciato in rete a luglio, l’appello ha raccolto tredicimila firme, comprese quelle dei probiviri della petizione culturale (Luciano Canfora, what else?) e, nonostante questo, non sembra ancora sussunto nelle pregresse lamentazioni su spopolamento dei ginnasi, svalutazione della cultura umanistica, tecnicizzazione della conoscenza e tutti quei requiem che celebrano il funerale delle radici culturali europee più o meno da quando Alessandro Magno sbaragliò Tebe (334 a. C).

 

Sul Domenicale del Sole 24 Ore, Luca Ricolfi ha scritto di aver firmato l’appello non perché veda a rischio la sopravvivenza della cultura classica nel nostro paese, ma piuttosto perché sono gli esercizi complessi a venire falcidiati dall’istruzione, con il risultato che “tantissimi studenti sono irrimediabilmente non all’altezza dei compiti cognitivi che lo studio universitario ancora richiede: per loro non c’è più nulla da fare, difettano delle capacità di base che si acquisiscono nel tempo: astrazione e concentrazione, padronanza della lingua, finezza e sensibilità alle distinzioni”. Luca Ricolfi rivendica un’istruzione per tutti e non da tutti, invita a smettere di proteggere i ragazzi dalle difficoltà: ha firmato l’appello non perché ami il greco e il latino, bensì perché ritiene che la loro traduzione sia l’unica sfida rimasta in piedi per gli studenti. L’ultimo, unico scoglio dei tanti che è imprescindibile imparare a superare non ai fini dell’irrobustimento e dell’affinamento intellettuale, ma a quelli della calcificazione del sistema intellettivo. Per quanto del tutto sensato, il punto di Ricolfi mostra una povertà che è la stessa in cui indulge l’appello della Task Force scrivendo che la traduzione dal greco è quanto di più vicino alla ricerca scientifica: non che non sia vero, ma non sarà un computo dei meriti cui si perviene dopo cinque anni di versioni a ripristinare la passione per gli studi classici, né la sottolineatura della loro versatilità.

 

Il greco antico non è appealing: non lo si può smerciare come una skill. Il greco antico è un mistero cui lo studio reca, ma dall’esterno: le ragioni di quel limite sono magnificamente spiegate nel libro che Andrea Marcolongo, grecista poco meno che trentenne, ex ghost writer di Matteo Renzi, ha pubblicato a fine settembre (“La lingua geniale”, Laterza), finendo immediatamente nella classifica dei libri più venduti. Non male per un libro che ha le sembianze di un manuale o di una grammatica sentimentale e che, invece, è un atto d’amore. Identico a quello che spinge 33 mila persone a seguire la pagina Facebook del Rocci, il mitico vocabolario che non impiega il neretto e dà l’impressione che la lingua greca sia un’unica, sola parola e che traduce ciò che secondo il concorrente GI è “rimasugli”, in “estremità che restano attaccate alla pelle d’un animale scorticato”. Il greco è la lingua dove sono i verbi a farla da padrone (verbi come “metoporizo”, ovvero “rassomiglio all’autunno”). Verbi provvisti di qualcosa che abbiamo sostituito con il tempo: l’aspetto. Scrive Marcolongo che “i greci, liberi, si chiedevano sempre come. Noi, prigionieri, ci chiediamo sempre quando”. Allora, forse, per salvare il greco e il latino bisognerebbe uscire fuori dal nostro tempo, smettere di chiedersi quanto ne resta prima che il cappio strozzi la vita e interrogarsi sul come.  Come vivere e non quanto: questo, da sempre, vuol sapere la meglio gioventù.

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