Il Figlio

Quasi americani

Crescere i figli negli Stati Uniti è una lotta quotidiana e impari: il mondo nel quale vivono tutti i giorni, la scuola, gli amici, la televisione, la radio, il cinema, tutto parla in un idioma diverso. Io invece sono praticamente sola, perché il padre spesso cede e parla loro in inglese. Però non mi arrendo.
Quasi americani

(foto di Chris Romano via Flickr)

Vivo in America dall’estate del 2014. Quando ci siamo trasferiti qui, i bambini avevano sei e nove anni e non parlavano una parola di inglese. Li abbiamo iscritti a una scuola elementare pubblica e nonostante i rassicuranti luoghi comuni a cui crediamo ciecamente – i bambini sono spugne – l’angoscia di saperli per mezza giornata in un luogo in cui tutto gli era estraneo, tutti erano sconosciuti e non capivano niente di quello che gli veniva detto, è rimasta lì, per molti mesi. Avere dei figli significa fare i conti con la preoccupazione, la si può provare in maniera più o meno forte, può essere lenita dalla certezza che comunque sia sbaglierai sempre, quella che non potrai mai difenderli da tutto, proteggerli dal dolore, che i passi più importanti della crescita vanno affrontati in solitudine. Al massimo tu puoi stare lì, a guardare e a cercare di tranquillizzare innanzitutto te stesso: ho fatto del mio meglio. Diventare genitore è sentire la propria vita trasformarsi in un pendolo che oscilla tra due estremi un po’ meno tragici di quelli di Schopenhauer: l’amore incondizionato e la paura.

 

E così, giorno dopo giorno, mi rasserenavo vedendo mio figlio spavaldo e sicuro primeggiare a calcio, inventarsi le parole e fregarsene degli errori di grammatica, ma mi preoccupavo per mia figlia. Timida e perfezionista, spaventata di deludere, dopo due mesi era ancora praticamente muta in inglese, ma andava a scuola ogni mattina senza lamentarsi e il giorno della gita in fattoria, quando fu beccata da una gallina, ha raccontato di non aver pianto perché non avrebbe saputo come spiegarlo alla maestra. La sera prima della prima volta in cui le abbiamo chiesto di mangiare alla mensa perché non avevo modo di prepararle il lunch box che si portava da casa, si è consumata la sua piccola prima tragedia.

 

Al momento del bacio della buonanotte, dopo aver ripetuto cento volte con lei “Chen ai hev dis plìs?”, l’ho trovata in lacrime. “E se domani non riesco a dirlo? E se mi sbaglio? E se non mi vengono le parole?”. Ho cercato di rassicurarla dicendole che quando si ha paura bisogna pensare al peggio che può succedere: in quel caso, nell’ipotesi più tragica avrebbe semplicemente mangiato una cosa diversa da quella che aveva scelto (sul fatto che fosse qualcosa che non le sarebbe piaciuta potevamo essere quasi sicuri). “Non muore nessuno, nessuno ti prenderà in giro” le dicevo, nascondendo che la sua piccola ansia si era espansa come elio nel mio cuore, gonfiandolo di commozione. Poi ce l’ha fatta, c’era la pizza, era facile.

 

Però per i primi sei mesi io e il padre ci siamo palleggiati a vicenda i “gli abbiamo fatto un regalo per tutta la vita” di rimando a “è una scelta nostra che li mette di fronte a difficoltà più grandi di loro”. Fino a che. Dopo un anno parlavano inglese meglio di noi due adulti, con l’accento perfetto, le espressioni tipiche, i giochi di parole, le interiezioni. Mia figlia mi mette alla prova: “Mamma scommetto che non sai cosa vuol dire hi-par-venta-la-shan (hyperventilation)”, e io rido ma non riesco a trattenermi dal risponderle che è una parola che in inglese non mi serve, ma la conosco in italiano, se vuoi ti dico pure l’origine latina, amore.

 

Perché adesso che parlano così bene, e che tra di loro giocano in inglese, e mi prendono in giro per la mia pronuncia irredimibile, e che lui capisce i testi dei rap pieni di parolacce e mi traduce i dialoghi dei film, e lei ha un vocabolario ricchissimo, scrive correttamente in inglese e legge libri da centinaia di pagine, la mia preoccupazione ha cambiato strada. Si dimenticheranno di essere italiani, non sapranno più scrivere nella loro lingua, faranno fatica a leggere i nostri libri, parleranno sbagliando la costruzione sintattica delle frasi. “Pulishemi”, ha scritto con un dito sul parabrezza polveroso della macchina della nonna, mia figlia quest’estate.

 

Così, “Gli abbiamo fatto un regalo per tutta la vita” adesso si scontra con: “Gli stiamo rovinando l’identità”. Come madre io mi identifico moltissimo nella loro lingua madre. E temo sempre di più che la possano tradire, e mi sento tradita io, ogni volta che preferiscono l’inglese all’italiano per comunicare, ogni volta che sbagliano le parole o i verbi. Così tento di rimediare: li mando a un corso integrativo con cui dovrebbero tenersi al passo con il programma delle loro rispettive classi italiane, se mi fanno una domanda in inglese non rispondo finché non me la riformulano come si deve in italiano. E’ una lotta quotidiana e impari: il mondo nel quale vivono tutti i giorni, la scuola, gli amici, la televisione, la radio, il cinema, tutto parla in un idioma diverso. Io invece sono praticamente sola, perché il padre spesso cede e parla loro in inglese. Però non mi arrendo. Anche se quando, l’anno scorso durante il nostro primo pranzo di Natale americano, assaggiando i cappelletti in brodo che avevo faticosamente fatto a mano, mia figlia mi ha detto “Buoni questi dumplings”, ed è stato un colpo durissimo. Ma resisto, strenuamente, nel mio ruolo di madre lingua.

 

Il libro di Lorenza Pieri, “Isole minori”,  è uscito per e/o

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