Molta tecnologia e un solo scopo: intrattenere. Black Mirror, l’ennesima sfumatura dell'entertainment

I sei nuovi episodi della terza stagione sono disponibili su Netflix. Il creatore Charlie Brooker e la produttrice esecutiva Annabel Jones hanno continuato a fare quello che sanno fare: piccoli film che spaziano nei generi, e che non si limitano mai a dare un giudizio totalmente negativo o positivo.

Molta tecnologia e un solo scopo: intrattenere. Black Mirror, l’ennesima sfumatura dell'entertainment

Black Mirror (immagine di Youtube)

Si conoscono per caso, in un giorno di pioggia: una alta, bionda e magra; l’altra più bassa, la pelle ambrata e i capelli ricci. Si conoscono e si amano. Prima un bacio rubato, poi il sesso tra le lenzuola: la prima volta per la bionda, una piacevole riscoperta per la mora. Succede tutto velocemente, da un momento all’altro. La vita è un gioco e anche quel loro incontro.

 

Black Mirror è già tornato, la terza stagione è disponibile su Netflix a partire da oggi, e questa è solo una delle sei storie che Charlie Brooker, il creatore, ha scritto. Tema: l’amore, la libertà e i social media. E più o meno è così anche nelle altre puntate: piccoli film che spaziano nei generi, e che non si limitano mai a dare un giudizio totalmente negativo o positivo. C’è una storia, ci sono i suoi protagonisti, e ci siamo noi, gli spettatori. “Il nostro obiettivo”, ha ripetuto più di una volta Annabel Jones, esecutiva insieme a Brooker, “è intrattenere”.

 



 

La forza di Black Mirror è sempre stata quella di usare un altro mondo, diverso e più avanzato dal nostro, per raccontare noi e la nostra quotidianità: non è un caso se alcuni dei vecchi episodi (andati in onda su Channel 4, poi ricaricati da Netflix) hanno anticipato o comunque cavalcato l’onda di fenomeni mediatici e politici attualissimi (uno su tutti, a noi italiani molto vicino, è quello del comico che si candida alle elezioni, sfancula gli avversari e vince; e che poi non cambia niente. Tanto fumo e niente arrosto).
Black Mirror è una serie antologica, il che vuol dire che ogni episodio è diverso dal precedente, che non c’è una trama orizzontale e che ogni storia è un’esperienza a sé stante. Con questa stagione, sono arrivati nuovi registi e nuovi attori; il budget è aumentato e così pure l’attenzione per la qualità e per i dettagli.

 

Al centro di tutto, anche stavolta, c’è la tecnologia: in un episodio ci sono hacker che rubano segreti e ricattano le persone; in un altro, per cambiare casa e avere un lavoro migliore, devi ottenere mi piace e condivisioni; in un altro ancora, viene mostrata la vita oltre la vita, in un paradiso artificiale che è frutto delle nostre memorie e delle nostre esperienze. Chi siamo e che cosa vogliamo. Quello che diventeremo, invece, è un quesito che Brooker non sembra minimamente porsi: la sua è una visione, non una profezia. E quindi se c’è internet, è solo perché è una cosa reale e concreta, che influenza e sconvolge la vita delle persone. Se ci sono i social, è per lo stesso motivo. E se si parla di diritti civili, di giustizialismo, vendetta, di nostalgia e di aldilà, è perché sono temi attuali, di cui tutti, almeno una volta, ci siamo interessati.

 

È l’ennesima sfumatura dell’entertainment: raccontare una storia il più attuale possibile, avvolgendola in una confezione bella e accattivante, invitando talenti e volti noti; non fermarsi, ma migliorarsi sempre o almeno provarci. Black Mirror è così: intensa, mai scontata; piena di persone, di cose, di oggetti, di tecnologia, di case, di salotti, e di intenzioni. Va bene la politica, e va bene pure la satira sociale. Ma qui comanda la voglia di raccontare, che è la cosa più importante quando si parla di storytelling.

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