Il Figlio

Lei e io in motorino. I conti con la delusione e con McDonald’s

Con addosso tutto l’entusiasmo che non vorrei mai spegnere, cioè mia figlia aggrappata fiduciosa alla mia giacca, ho capito con molto ritardo che quel che mi induriva il cuore verso mia madre, quando si arrabbiava perché avevo rotto il braccio (per sbaglio!) a mia sorella, era che non fosse soltanto mia madre.
Lei e io in motorino. I conti con la delusione e con McDonald’s

Illustrazione di Mara Cerri per “La spiaggia di notte” di Elena Ferrate (e/o)

Una volta avevo molta paura di mia madre e di quando si arrabbiava con me, ma era una paura dovuta soltanto all’atmosfera che si creava quando lei era arrabbiata, all’aria che avvertivo pesantissima, e io non avevo mai voglia di aspettare che tornasse leggera e lei ricominciasse a scherzare: la sottrazione delle parole, utilizzata per esprimere molti stati d’animo (furore, preoccupazione, delusione, nervosismo, offesa, semplice incazzatura, rivalsa) mi sembrava uno spreco di tempo, di vita, e soprattutto un affronto alla mia vita. Ma come, fuori c’è il sole, oggi è sabato, dobbiamo uscire, vivere, giocare, andare al cinema, devi accompagnarmi dalle mie amiche, ci sono le giostre, il mare, i cartoni animati, perché perdi tempo ad arrabbiarti?

 

A guardarlo ora, quel senso di offesa e di fastidio che provavo verso le punizioni piccole perché avevo distrutto il vaso in salotto o perché mia madre non mi trovava più al mare e stava per svenire dalla preoccupazione, o perché avevo rotto un braccio (per sbaglio!) a mia sorella, quel senso di ingiustizia e di inutilità è lo stesso che leggo adesso negli occhi di mia figlia quando le dico: sono arrabbiata, guarda che cosa hai fatto. Per ora il massimo che ha fatto è un disastro in camera sua, i compiti abbandonati, le cose in pezzi e perdute, un braccio rotto – per sbaglio! – a suo fratello, un regalo ottenuto e subito dimenticato, il rifiuto di andare a dormire, le domande ossessive sul cane mentre sto cercando di lavorare. Vedo benissimo che mi guarda e pensa: che cosa assurda arrabbiarsi invece di andare da McDonald’s.

 

Che spreco di vita vietare una cosa invece di farla mille volte fino a che esaurisci la voglia di farla ancora. Che follia non prendere un cane adesso, subito, in questo istante, e perdere la voce a forza di dire: non lo so, adesso no, chi lo porta fuori poi. Siamo lei e io, in motorino mentre andiamo a scuola, tutto l’entusiasmo dietro di me, aggrappato alla mia giacca e io che spengo l’entusiasmo spiegando che però bisogna studiare Storia, e che non si può perdere un altro libro dentro casa e parlare solo di cani, e che io non mi posso ricordare la merenda al posto suo per tutta la vita, e che non deve più strangolare suo fratello.

 

Mi si scioglie il cuore a sentire il suo stupore, e penso chissà se si scioglieva anche a mia madre, chissà se aveva la tentazione fortissima di cambiare strada in motorino e portarmi a una festa, o al McDonald’s, o al canile, ma poi sento invece il cuore indurirsi, perché il cuore si indurisce sempre di fronte a quelli che sappiamo di ferire, altrimenti non potremmo sopportarlo, e di nuovo metto la mia vita, la sensatezza delle nostre vite ma soprattutto della mia, al centro di tutto. E quindi deludo anche io le aspettative: la vita di mia madre, nelle mie aspettative da bambina, doveva starmi accanto con benevolenza, non come un uragano o come una sciarpa troppo stretta.

 

La mia vita, nelle aspettative di mia figlia, dovrebbe essere una festa dedicata a lei, un mondo di risposte sempre allegre e di corse nei prati e di domeniche infinite e sere libere, oltre a un intero zoo sul divano (lo volevo anche io lo zoo sul divano, mi sembrava assurdo da ragazzina avere soltanto un gatto quando si poteva avere anche una capra, una scimmia, una famiglia di cani). Così faccio i conti con la delusione, con gli errori che avevo giurato non avrei mai fatto, so che un giorno mia figlia mi elencherà, indurita, tutto quello che ho sbagliato, lo zoo che non ha avuto, si ricorderà i giorni precisi in cui ho detto: non adesso, e le volte in cui le ho fatto ripetere una domanda perché non stavo davvero ascoltando, pensavo a me, guardavo altrove, non volevo nessun cane.

 

Ma in motorino, con addosso tutto l’entusiasmo che non vorrei mai spegnere, cioè mia figlia aggrappata fiduciosa alla mia giacca, ho capito con molto ritardo che quel che mi induriva il cuore verso mia madre, quando si arrabbiava perché avevo rotto il braccio (per sbaglio!) a mia sorella, era che non fosse soltanto mia madre. Ma una donna con addosso, vita, amore, sesso, lavoro, una strada ancora da fare: una ragazza con una famiglia. Mi sembrava invece che, avendo me, non potesse permettersi di sbagliare niente, di pensare a nient’altro. Che dovesse essere forte, saggia, illuminata, avventurosa, splendida, generosa, gentile, non mostrare le debolezze, le crepe. E’ un pensiero egoista, ma è un pensiero totalmente da figlia, ed è ancora così che vivo: pronta a elencare gli sbagli di mia madre, prontissima a perdonare i miei con mia figlia.

 

Però vedo anche questo filo che ci unisce tutte, soprattutto negli errori, e che basta tirarlo, riannodarlo quando si strappa e diventeremmo una cosa sola, le madri e le figlie e le figlie delle figlie: commosse e nello stesso tempo infastidite dalle somiglianze, dal modo ardente di gettarsi nel mondo o di restare un passo indietro (“Mi sembri un po’ troppo agitata”, disse la madre. “Chissà da chi ho preso”, disse la figlia, ho letto in un racconto di Bernard Malamud). Continuiamo senza sosta ad arrabbiarci per il vaso rotto in salotto, per le domande insistenti, ma la differenza è che qualche volta, adesso, io cambio strada e vado davvero da McDonald’s.

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