All’Ara Pacis il 3D e la realtà aumentata sono al servizio dell’arte

Grazie a un visore Samsung, il visitatore può vedere l’aspetto originario dell’altare al tempo dell’antica Roma. Compresi i colori e i bassorilievi mancanti.

All’Ara Pacis il 3D e la realtà aumentata sono al servizio dell’arte

Per “ringiovanire” i musei e trasformarli in poli d’interesse all’avanguardia, piano piano anche il mondo della cultura si sta aprendo alle nuove possibilità offerte dalla tecnologia. Un caso esemplare è il Museo dell’Ara Pacis che, da ottobre 2016 a ottobre 2017, promuove la fruizione delle opere esposte attraverso la realtà aumentata. Grazie a un apposito visore, lo spettatore può osservare direttamente nel suo campo visivo elementi virtuali che si sovrappongono a quelli reali. Il progetto si chiama “L’Ara com’era” perché punta a ricostruire l’aspetto originario dell’altare ai tempi dell’antica Roma, con i suoi colori e i bassorilievi oggi mancanti.

 

La chiave del progetto è il visore Samsung Gear VR, molto simile nell’aspetto a una mascherina da sub ma collegato a delle cuffiette e contenente al suo interno uno smartphone Samsung Galaxy S7. Il visitatore deve prima di tutto inquadrare un pannello posto di fianco all’opera per attivare l’applicazione installata nello smartphone. Quindi osserva il reperto che ha davanti e, mano a mano che la voce dell’audio guida fornisce spiegazioni, vede l’oggetto reale arricchirsi di particolari virtuali.

 

 

Osservando il plastico del Campo Marzio, per esempio, gli edifici di volta in volta citati dall’audio guida si ingrandiscono e appaiono in 3D. Ponendosi di fronte al modellino dell’Ara Pacis, invece, si osservano personaggi in realtà aumentata compiere riti sacri davanti alla scalinata. Ma il fulcro dell’esposizione è proprio l’altare. Soffermandosi su ogni lato dell’Ara, il visitatore ascolta la descrizione delle raffigurazioni scolpite nel marmo e ogni dettaglio o personaggio, quando viene citato, assume il colore che aveva nell’antichità. E se nel bassorilievo non sono sopravvissute delle porzioni, il visore ricostruisce le parti mancanti. Così, alla fine della spiegazione, lo spettatore ha di fronte a sé l’immagine completa che probabilmente ammiravano gli antichi.

 


Ricostruzione di ciò che si osserva attraverso il visore Samsung Gear VR


 

L’immediatezza visiva e il linguaggio semplice aiutano il visitatore a sentirsi coinvolto e a ripercorrere la storia del corteo di sacerdoti e membri della famiglia imperiale che scorre lungo i due lati dell’Ara, o il significato dell’immagine della dea Tellus o la leggenda di Enea, Romolo e Remo. Le immagini 3D combinate con l’audio guida esercitano un’attrattiva maggiore rispetto ai semplici pannelli espositivi e potranno avvicinare ai musei un maggior numero di giovani o adulti, magari anche quelli che fino a ieri si disinteressavano dell’arte.

 


Ricostruzione di ciò che si osserva attraverso il visore Samsung Gear VR


 

D’altra parte però è evidente che le nuove tecnologie, pur permettendo di sdoganare l’arte nell’universo dei millennial e delle nuove generazioni, ci stanno abituando sempre più a guardare la realtà filtrandola attraverso degli schermi e dei device, come se ciò che abbiamo davanti agli occhi non fosse abbastanza interessante e avesse bisogno di essere completato. Il beneficio di questi nuovi strumenti è legato all’uso, possibilmente integrativo, che se ne fa.  Soffermarsi ad ammirare l’opera così com’è oggi non sembra bastare più e occorre indossare un filtro tecnologico per immergerci in una realtà forse più accattivante. Ma pur sempre fittizia.

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