“Tritacarne” un libro-denuncia? Piuttosto da denunciare, anche per conformismo

Il libro contro gli allevamenti intensivi di Giulia Innocenzi, tra criptocomunismo, panteismo e altri deliri. E' il libro di una nuova religione che all’uomo antepone la bestia e sta al lettore decidere se la “B” dev’essere minuscola o maiuscola.
“Tritacarne” un libro-denuncia? Piuttosto da denunciare, anche per conformismo

Giulia Innocenzi (foto LaPresse)

Giulia Innocenzi è colpevole. In senso stretto, in senso legale: per scrivere “Tritacarne”, che esce oggi in libreria con Rizzoli, si è introdotta di notte, di nascosto, in numerosi allevamenti. E lo dichiara a pagina 6 con fierezza da pasionaria: “Pronta a compiere il reato di violazione della proprietà privata per vedere dei maiali”. La prima volta non c’è stato scasso: “Entrare fu più facile del previsto: bastò aprire la porta. Nessuna catena, neanche un giro di serratura”. Ma nelle altre incursioni? Ho il legittimo sospetto che la Innocenzi abbia compiuto qualche effrazione. E se non lei i suoi complici, i fanatici animalisti che l’hanno supportata nell’impresa. Più che un libro-denuncia, un libro da denunciare. La giornalista della squadra di Michele Santoro usa un vocabolario delinquenziale, c’è il palo (come nella banda dell’Ortica cantata da Enzo Jannacci) e ci sono i passamontagna (come nelle rapine, come nei sequestri). Ci poteva scappare il morto, se un povero allevatore si fosse imbattuto nottetempo in una gang così conciata c’era il rischio dell’infarto o della sparatoria. “Pochi giorni prima, e poco distante da dove stavamo andando, dei ladri avevano rubato duecento maiali, per un valore di 50.000 euro. Da lì il grilletto facile degli allevatori, pronti a tutto per difendere il loro patrimonio”. Quindi Giulia Innocenzi è una provocatrice, un’attivista senza scrupoli disposta a rischiare la propria incolumità e quella altrui pur di sputtanare un’intera categoria, gli allevatori già vittime della globalizzazione che li sta spingendo fuori mercato e ora di un linciaggio mediatico a cui questo libro dà un valido contributo.

 

Quello sprezzante “pronti a tutto pur di difendere il loro patrimonio” racconta molto dell’autrice, ad esempio il suo criptocomunismo: non si riconosce il diritto di difendere il proprio patrimonio perché non si riconosce il diritto di detenere un patrimonio. Per un allevatore di maiali, i maiali sono tutto e se glieli rubano la denuncia ai carabinieri non salva l’azienda dalla chiusura, lui dalla disoccupazione, la famiglia dalla miseria. E dopo dove vanno a mangiare? A Casa Innocenzi i cui scaffali sono “pieni di lenticchie, ceci, amaranto, polenta, avena, miglio” perché la padrona si delizia “a preparare per gli amici quelli che loro chiamano papponi vegani”? Fa pure la spiritosa e le piace atteggiarsi a moderata, a vegana ma non troppo, e non le risulta difficile visto il tasso di integralismo dell’ambiente che frequenta. Ma a un certo punto si svela e dedica sette pagine promozionali ai terroristi dell’ALF, Animal Liberation Front, figuri che si aggirano per le campagne a volto coperto, appunto terrorizzando, rubando bestiame e rivendicando le azioni scrivendo ALF sul muro degli allevamenti, con le bombolette spray. “I danneggiamenti economici e il danneggiamento della proprietà privata sono considerate azioni ALF”. E infatti all’occasione questi nuovi alfisti si trasformano in bombaroli e confezionano molotov: a Montelupo Fiorentino hanno incendiato otto veicoli di un caseificio. La ragazza di buona famiglia che è Giulia Innocenzi ne è evidentemente affascinata come negli anni Settanta altre ragazze di buona famiglia, da Mara Cagol a Susanna Ronconi a Caterina Rosenzweig, erano affascinate dai brigatisti rossi, e si sdilinquisce di fronte alle fotografie che le mandano: “I capretti ora vivono in un santuario, un posto dove si trovano animali, salvati, liberati, rubati, recuperati, da allevamenti o macelli. Vivranno fin quando la natura glielo permetterà, e nessuno di loro dovrà produrre latte, o diventare un arrosticino o un prosciutto”. Nemmeno latte dovranno produrre, le capre rubate al capraio, non sia mai si sforzino le mammelle. Anche la parola santuario è significativa, “Tritacarne” è il libro di una nuova religione che all’uomo antepone la bestia e sta al lettore decidere se la “B” dev’essere minuscola o maiuscola: Giulia viso d’angelo e penna del diavolo, in quest’ultimo caso.

 

“Tritacarne” ma potrebbe intitolarsi “Tritacervello”, per la perdita di senno che il lettore non attrezzato rischia a ogni capitolo. Si leggano le righe sulla “accettabilità etica” (sic) degli spaghetti alle vongole: “Le vongole sono dei molluschi, hanno il sistema nervoso meno sviluppato, ma c’è chi le considera degli animali”. E’ il libro di una moralista senza realtà, di una donna che non conosce il prezzo dei cibi e della vita, della rappresentante di un mondo che si vuole panteista ma è innanzitutto soggettivista, dove le vongole possono far parte del regno animale o vegetale (o minerale?) a seconda del grado di delirio della sottosetta di appartenenza. Ovviamente è il libro di una conformista: “Solo in Italia i vegetariani e i vegani sono l’otto per cento della popolazione. E crescono a ritmi esponenziali: la stima è di milleseicento in più al giorno”. Verso la fine, a pagina 209, viene citato Peter Singer, secondo il quale “i vegetariani una volta che si sono distaccati dall’abitudine di mangiar carne non riescono più ad accettare che si uccidano animali”. Ogni giorno Giulia Innocenzi guadagna milleseicento potenziali lettori, e noi milleseicento censori della nostra bistecca.

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Commenti all'articolo

  • orientale

    08 Ottobre 2017 - 20:08

    Tutti uguali questi vegani (con la minuscola). Crociati, missionari, censori. Del resto sono nella miglior tradizione italiota.

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