Romanzonomics

I classici della letteratura da leggere per avere un barlume di cultura finanziaria. Da Austen a Dickens, passando per Verga e altri. In “Orgoglio e pregiudizio” c’è una regola aurea: se il reddito lo consente, si accumuli qualcosa per le circostanze inattese. Un saggio del Mulino in uscita.
Romanzonomics

Il dipinto “Monsieur Louis Pascal” di Henri de Toulouse-Lautrec (1864-1901), forse ispirato dalla figura di Georges Duroy, protagonista del romanzo “Bel Ami”

L’autore è un dirigente della Banca d’Italia che si è occupato a lungo del collocamento dei titoli di stato, delle operazioni di politica monetaria e del sistema dei pagamenti. Quelli pubblicati sono stralci di un suo saggio che appare sul numero in uscita del Mulino, rivista diretta da Michele Salvati. 


 

 

L’esigenza di migliorare la propria cultura finanziaria nasce con la scelta di risparmiare, scelta non affatto scontata, sia per eventuali vincoli di bilancio sia perché non tutti ritengono di dover fare rinunce in vista del futuro. Ciò è ben rispecchiato da quanto dice Lady Roxana – protagonista del romanzo “The Fortunate Mistress di Daniel Defoe” – al consulente che le consiglia di mettere da parte ogni anno una somma considerevole: “Voi studiate il modo di far di me una vecchia ricca, ma ciò non è nei miei disegni; preferisco avere ventimila sterline ora, piuttosto che sessantamila quando avrò cinquant’anni” (1724; trad. it. “L’amante fortunata ovvero Lady Roxana”, Mondadori, 1980, p. 858). Poi però, grazie alla generosità di molti uomini nei confronti delle donne avvenenti e disponibili, Roxana si rende conto che senza fare sacrifici può mettere da parte annualmente una somma ragguardevole, e decide di impiegarla in un deposito bancario a risparmio.

 

Diversa è la storia di altri personaggi letterari: ad esempio M.lle Thuillier e M. Phellion, nell’incompiuto “I piccoli borghesi” di Balzac, accumulano negli anni discrete fortune attraverso fatiche e privazioni; privazioni che sono terribili – come quella di saltare regolarmente la cena – per Akakij Akakievic Bascmac’kin, il quale, copeco dopo copeco, intende rispar- miare la somma necessaria per comprare il cappotto che dà il titolo al celebre racconto di Nikolaj Gogol. Leggendo la fine che fanno Akakij Akakievic e il suo cappotto molti avranno pensato che sia meglio godersi i soldi che si possiedono, spendendoli tutti e subito; ma una grande scrittrice, Jane Austen, mostra che questa deduzione è errata. Infatti in “Orgoglio e pregiudizio” Mr. Bennet, di fronte a uno spiacevole evento familiare (la fuga di sua figlia Lydia con Wickham), si rammarica di non aver risparmiato e di non disporre così del denaro necessario a sistemare le cose.

 


Jane Austen


 

Dunque Jane Austen ci offre una prima “regola aurea” di educazione finanziaria: se il proprio reddito lo consente è bene mettere da parte un po’ di denaro per fronteggiare le situazioni inattese che la vita ci riserva. Il simpatico personaggio dickensiano Wilkins Micawber va oltre, almeno a parole, e dice al suo giovane amico David Copperfield: “Se un uomo ha venti sterline all’anno di rendita, e ne spende diciannove, diciannove scellini e sei pence, egli sarà felice; ma se spende una sterlina più di venti sarà infelice” (“David Copperfield”, 1849; trad. it. Newton Compton, 2004, p. 174). Da queste parole è stata tratta l’espressione Micawber threshold: la “soglia” del saggio comportamento nella gestione delle finanze personali, che consisterebbe appunto nel risparmiare, anche solo un po’, ma soprattutto nell’evitare di far debiti. I lettori di questo grande romanzo sanno bene che Micawber, privo di un lavoro fisso e sempre alle prese con affari strampalati, non mette certo in pratica la sua “massima”: rinvia di continuo i pagamenti e per questo è perennemente in fuga dai creditori, finendo in carcere per debiti.

 


Una scena del film "David Copperfield" del 1935


 

La letteratura, soprattutto ottocentesca, è ricca di personaggi che oltrepassano la Micawber threshold. Martin Eden nell’omonimo romanzo di Jack London tira avanti alla meno peggio facendo piccoli debiti in attesa del successo letterario; i viveurs in “Illusioni perdute” scialacquano allegramente i soldi degli altri per condurre vite brillanti e dispendiose, “svicolando” all’avvicinarsi d’un creditore (come spesso lo stesso Balzac era costretto a fare); e tra corse in carrozza, cene in ristoranti raffinati e vestiti eleganti s’indebitano. Nana nell’omonimo romanzo di Zola, Georges Duroy in “Bel-Ami” di Maupassant, Vronsky e Stepan Arkadevic Oblonskj in “Anna Karenina”, e tanti altri. Ma, nei romanzi come nella realtà, la resa dei conti arriva quasi sempre. E talvolta, come nel caso di Emma Bovary, è tragica.

 

Certo il ricorso al credito, oltre a essere stato un fattore fondamentale dello sviluppo economico occidentale, è molto importante nella gestione delle finanze di ciascuno di noi, in quanto ci consente di affrontare spese ingenti, come quelle per l’acquisto di un’abitazione o di un’attività commerciale (che il nostro risparmio potrebbe consentirci solo dopo molti anni, o forse mai); ma la lettura delle vicende dei personaggi menzionati ci insegna che è bene valutare preventivamente e con attenzione la sostenibilità dei debiti che ci si appresta a fare (e purtroppo non sempre ciò è sufficiente a evitare guai). Come impiegano il proprio risparmio i personaggi dei grandi romanzi dell’Ottocento e del primo Novecento? E come queste “scelte finanziarie-letterarie” possono contribuire all’educazione finanziaria?

 

In primo luogo è interessante notare che l’evoluzione storica delle istituzioni finanziarie si coglie in alcuni passaggi di celebri romanzi: quelli che rappresentano società rurali del passato mostrano forme di impiego del risparmio arcaiche, talvolta dovute alla paura per drammatici eventi esterni. Quando calano i lanzichenecchi su “quel ramo del lago di Como”, Perpetua si affretta a sotterrare i denari di Don Abbondio “nell’orto, appiè del fico”. Anche senza l’incombere di pericoli, nei secoli passati non c’era molto altro da fare quando si possedeva qualche moneta d’oro e d’argento se non nasconderla “in fondo alla calza, sotto il pagliericcio”, come fa la moglie di compare Cosimo nella novella di Giovanni Verga “Cos’è il re”. Questi comportamenti, tipici di società prive di strutture finanziarie, furono largamente superati nel corso del tempo: in un passo de “Il mulino del Po”, Riccardo Bacchelli scrive che i contadini del ferrarese degli anni Ottanta dell’Ottocento iniziarono a mettere il loro peculio “nei libretti delle casse di Risparmio, da quando queste s’erano guadagnate la grande, benefica e meritata fiducia popolare, a scapito del materasso e del ripostiglio sotto l’ammattonato” (1938-40; Mondadori, 2001, vol. III, p. 433).

 

Qualche decennio prima un’analoga evoluzione si era verificata nella provincia inglese, come si legge in “Middlemarch”, di George Eliot. Sembrava un processo irreversibile, e invece nell’Europa dell’euro si sono utilizzate nuovamente forme di impiego simili a quelle descritte da Verga (cfr. “Grecia: i risparmiatori preferiscono il materasso alle banche”, di V. Da Rold, “Il Sole 24 Ore”, 2.1.2016). In condizioni normali però è meglio depositare i risparmi in banca o investirli in attività finanziarie, sia per motivi di sicurezza sia per non renderli sterili. Da ciò nasce la questione centrale dell’educazione finanziaria: la scelta della banca e delle attività finanziarie “giuste”.

 

La lettura di alcuni romanzi ottocenteschi potrebbe rendere un po’ diffidenti nei confronti delle banche: gli scrittori osservavano infatti le frequenti crisi degli istituti di credito di quell’epoca e le rappresentavano nelle loro fictions, descrivendo la conseguente rovina di azionisti e depositanti: crolla la banca di Merdle in “Little Dorrit” di Dickens, la Banque Universelle fondata da Saccard in “L’argent” di Zola, quella di De Barral in “Chance: a Tale in two parts” (“Il caso”) di Joseph Conrad. Rispetto a quell’epoca i depositanti, gli obbligazionisti e i piccoli azionisti di oggi hanno una serie di tutele e una maggiore protezione derivante da una supervisione bancaria molto più attenta rispetto a quella, pressoché inesistente, dell’Ottocento; ma essi devono anche considerare le norme sul bail-in oggi in vigore, che tanto fanno discutere nonché il fatto che l’investimento nel mercato azionario è intrinsecamente ri- schioso e richiede alcune cautele. In “Cranford”, romanzo pubblicato nel 1851 da Elizabeth Gaskell, si racconta di miss Jenkins, azionista della Town and County Bank, che non presta molta attenzione alle voci poco rassicuranti che circolano su quella banca e quando essa fallisce si ritrova con titoli privi di valore.

 

Dunque un altro insegnamento in materia finanziaria che ci viene dalla letteratura è quello di tenersi informati e di non “chiudere gli occhi” di fronte ai segnali negativi del mercato. Infatti, se non è saggio scappare con le veloci “zampe della gazzella” (secondo la nota metafora di Luigi Einaudi) in seguito a un semplice calo delle quotazioni di un titolo azionario o dopo “voci” negative sull’azienda che l’ha emesso, è pur vero che una certa attenzione a ciò che può influenzare il valore delle attività finanziarie possedute è opportuna; sembra che invece la maggior parte dei risparmiatori tenda a delegare i propri investimenti ai financial advisors e poi se ne disinteressi.

 

La menzionata miss Jenkins in “Cranford” compie anche un altro errore: vive delle rendite derivanti dai dividendi pagati dalla banca di cui è azionista, un’unica banca. Dunque non diversifica il proprio investimento finanziario. Sembra semplice buon senso “non mettere le uova tutte nello stesso paniere”, eppure di frequente si legge di persone che perdono i loro risparmi perché li hanno investiti in un’unica attività finanziaria. Queste persone probabilmente hanno pensato: “Se questo titolo rende di più, perché non investire in esso tutto ciò che ho?”. Questo modo di pensare è rispecchiato nelle opere letterarie, che pongono in evidenza le conseguenze negative della mancata diversificazione. Arthur Clennam in “La piccola Dorrit” sa che il suo amico Pancks dispone (o, meglio, disponeva) di mille sterline e gli chiede quante ne investite nelle speculazioni di Merdle. Pancks risponde che le ha investite tutte, e che se ne avesse avute diecimila le avrebbe impiegate allo stesso modo. E, sempre in Dickens, la zia di David Copperfield, Betsey, ha investito i suoi risparmi nelle azioni di una banca “all’altro capo del mondo” che “è andata a pezzi, e non pagherà mai neppure un centesimo; e tutti i centesimi di Betsey erano laggiù” (corsivo mio) (op. cit., p. 481). In “L’argent” di Zola il fallimento della Banque Universelle colpisce tra gli altri “i modesti azionisti che avevano messo tutti i loro risparmi in una sola azione” (1891; trad. it. “Il denaro”, Newton Compton, 1996, p. 250).

 

E’ inoltre buona norma che all’interno della logica della diversificazione solo una parte di quanto si investe sia impiegato in attività finanziarie rischiose: Zeno Cosini, in “La coscienza di Zeno” di Italo Svevo, rimprovera il cognato non di aver giocato in Borsa, ma di aver rischiato in quel modo tutto il suo patrimonio; ed è piuttosto avveduto Frédéric Moreau in “L’éducation sentimentale”: venduta una fattoria, impiega il ricavato per metà in titoli di stato e porta l’altra metà a un agente di cambio “per rischiarla in Borsa” (1869; trad. it. “L’educazione sentimentale”, Mondadori, 1984, p. 200). L’importanza della diversificazione venne sottolineata persino da Shakespeare: nella prima scena dell’Atto I di “Il mercante di Venezia”, Antonio afferma che, per sicurezza, le sue merci non viaggiano su un’unica nave, e che la sua ricchezza non dipende solo dalla fortuna del presente; com’è noto però ciò non basta a salvarlo dalla rovina, perché il rischio può essere ridotto ma non azzerato.

 


Una raffigurazione de "Il mercante di Venezia”


 

Sembravano ben poco rischiose le azioni della Northern Pacific Railway del tycoon statunitense Jay Cooke, grande impresa di costruzioni ferroviarie del Nuovo Mondo, eppure nel 1873 questa società quasi all’improvviso fallì. E come scrisse Theodore Dreiser nel suo romanzo storico-finanziario “The Financier”, questo default “coinvolgeva i risparmi di centinaia di migliaia di persone: piccoli banchieri, commercianti, predicatori, avvocati, medici, vedove, istituti di tutto il paese, e tutti riposavano sulla fiducia in Jay Cooke e la sua solidita?” (1912; “Il finanziere”, Einaudi, 1955, p. 524). Questo brano tira in ballo un fattore-chiave: la fiducia.

 

La sottovalutazione (o la non considerazione) del rischio è dovuta talvolta alla fiducia che i risparmiatori-investitori nutrono nei confronti di chi propone l’investimento. Nella realtà si è constatato che di frequente la fiducia viene riposta nei consigli di amici e parenti “ben informati” e di consulenti improvvisati. Nei romanzi ottocenteschi invece i risparmiatori affidano i loro soldi a personaggi di successo, o comunque dotati di capacità persuasiva non comune. Il vecchio avaro in “The Confidence-Man” di Herman Melville, dopo qualche iniziale diffidenza, viene convinto da un “sconosciuto” a consegnargli cento dollari con queste parole: “Tutto ciò che ho da fare io è ottenere la sua fiducia, e tutto ciò che deve fare lei è riprendersi il denaro, triplicato, a suo tempo” (1857; trad. it. “L’uomo di fiducia”, Mondadori, 1987, p. 886). Ottenuti i soldi, lo “sconosciuto” sparisce per sempre. In “L’argent” i piccoli azionisti della “Banca Universale” vedendo le quotazioni salire alle stelle, hanno una “fiducia senza riserve” in Saccard (op. cit., p. 234) e poi se ne pentono amaramente. E non si può dimenticare Pinocchio, il quale non dubita del Gatto e della Volpe quando i due figuri gli suggeriscono di seminare le sue quattro monete d’oro al Campo dei Miracoli per moltiplicarle.

 


Un'illustrazione di Grandville


 

Dunque gli scrittori hanno battuto sul tasto della fiducia mal riposta, dipingendo spesso i magnati della finanza in modo negativo: in Dickens il menzionato Merdle e Montague Tigg in “Martin Chuzzlewit” sono imbroglioni; pure imbroglione è Augustus Melmotte, l’affarista dall’oscuro passato al centro del romanzo di Anthony Trollope “The Way We Live Now” (“La vita oggi”) del 1875; Saccard è un megalomane incurante del rischio al quale espone i risparmiatori, così come Curtis Jadwin, che nell’interessante e appassionante romanzo che Frank Norris pubblicò nel 1903, “The Pit” (tradotto in italiano con il titolo “Chicago”), con le sue speculazioni provoca un crack con effetti sistemici che trascina nella rovina tanti malcapitati. Questi personaggi usciti dalle penne dei grandi scrittori del passato (che non mi pare abbiano epigoni di pari livello nella letteratura dei nostri giorni, nonostante i disastri finanziari di recente non siano mancati), ottengono la fiducia (ed i quattrini) delle persone grazie anche al prestigio dovuto alla ricchezza ed al potere, che porta a non censurare, o addirittura a giustificare, comportamenti spericolati o disonesti.

 

Su questa motivazione “sociologica” insistono alcuni scrittori come Trollope e Dickens nelle opere menzionate dianzi. Ma, come ho accennato, nella realtà non sono tanto i personaggi di successo o dotati di “fluido magnetico” a spingere i risparmiatori a determinati investimenti: e ciò in quanto le motivazioni dei comportamenti “imprudenti” o poco avveduti sono, più che psicologiche, economiche. Molti risparmiatori, non sempre con un’adeguata preparazione in campo finanziario, sono infatti alla ricerca di investimenti più redditizi di quelli ottenuti “dagli altri”, non si accontentano di una remunerazione di entità “normale”; e talvolta non accettano che la maturazione di questa remunerazione sia lenta: hanno un “peculiar zest in making money quickly”, come scrisse Keynes nella “Teoria Generale”.

 

Investitori di questo tipo, soprattutto in periodi di euforia finanziaria, sono perciò inclini ad assumere rischi eccessivi, magari seguendo i consigli di chi promette di far “risplendere all’orizzonte un sogno”, e cioè che puntando “un soldo se ne vinceranno cento”, come afferma proprio Saccard in “Il denaro” (op. cit., p. 105). Ma coloro che si comportano così devono essere consapevoli che, almeno in linea di principio, “in ogni affare gli utili sono in proporzione con i rischi”, come afferma un personaggio balzachiano (1838; “La Banca Nucingen”, Corbaccio, 1930, p. 106).

 

In diversi romanzi si leggono parole di comprensione e commiserazione per i piccoli risparmiatori coinvolti nelle crisi finanziarie, mentre gli scrittori non mostrano pietà quando ad essere travolti dalla catastrofe sono gli investitori poco o per nulla avversi al rischio, gli speculatori: “Sono colpevoli di aver voluto guadagnare troppo”, scrive ad esempio Balzac (1838; trad. it. “Splendori e miserie delle cortigiane”, Einaudi, 1991, p. 188). Su questa condanna morale è costruito un breve romanzo di William M. Thackeray, “The History of Samuel Titmarsh and the Great Hoggarty Diamond” pubblicato nel 1841 ma straordinariamente attuale. Thackeray racconta di un bravo giovane – di nome appunto Samuel Titmarsh – strumento e poi vittima della bancarotta della compagnia assicurativa di mr. Brough per la quale lavora.

 

Molte persone, tra le quali una ricca zia di Samuel, allettate dagli elevati rendimenti ottenuti inizialmente, sottoscrivono un gran numero di azioni emesse da Brough perdendo quasi tutto. Samuel finisce davanti a un giudice, il quale fa una “predica” che sa- rebbe bene fosse letta e meditata anche dai risparmiatori-investitori del nostro tempo: “Appena la gente spera di guadagnare di più, e presto, sembra che il giudizio e il discernimento l’abbandonino; e perché desiderano il profitto, credono di esserne sicuri, e disdegnano ogni ammonimento e ogni prudenza. Oltre alle centinaia di oneste famiglie che sono state rovinate unicamente per essersi fidate di questa vostra Società, e che meritano la più cordiale compassione, ce ne sono altre centinaia che ci si sono imbarcate, come voi stesso, non per investimento, ma per speculazione; e questi, in parola mia, meritano il destino che hanno avuto” (“Storia di Samuel Titmarsh e del grande diamante di Hoggarty”, trad. it. Casini, 1965, p. 111).

 

Nell’epilogo del romanzo Samuel spiega che ha narrato la sua storia ritenendo che essa sia “di qualche utilità per il pubblico”; ed esorta i lettori “ad andar cauti col loro denaro, se ne hanno; ed anche più cauti col denaro dei loro amici”; “a ricordarsi che grandi profitti implicano grandi rischi” e soprattutto “a non imbarcarsi in nessuna speculazione, il cui andamento non riesca loro perfettamente chiaro, e se coloro che la intraprendono non è gente assolutamente onesta e leale” (ibidem, p. 130).

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