L’elogio dell’arte come ideale (che frutta soldi) in "La Bohème"

Nell'opera di Puccini in scena al Teatro Regio di Torino, Henri Murger è colpevole di avere favorito l’identificazione del genio con l’espediente; l’errore di ritenere che povertà e irregolarità facciano l’artista, e che per essere tali ci si debba votare alla miseria svincolandosi dalla committenza.
L’elogio dell’arte come ideale (che frutta soldi) in "La Bohème"

Henri Murger (immagine di Wikipedia)

Se non fosse così bella, bisognerebbe proibire la rappresentazione della “Bohème” per i suoi sottintesi pauperistici; se ne potrebbe al massimo concedere la visione a un pubblico ristretto, solo scrittori accompagnati dai propri agenti, pittori accompagnati da compratori, musicisti accompagnati da discografici. Non è colpa dei librettisti Illica e Giacosa, che sono i poeti più sottovalutati del tardo Ottocento. E’ colpa di Henri Murger, segretario d’ambasciata parigino che d’un tratto volle dedicarsi all’arte per l’arte e abbandonò il mestiere per scrivere, a costo di far la fame: fra il 1847 e il 1849 pubblicò sul quotidiano “Le Corsaire” bozzetti sull’allegra miseria della vita intellettuale, raccogliendoli nel 1851 nel volume “Scènes de la vie de bohème”.

 

Nel libretto dell’opera di Puccini appaiono, all’inizio di ogni quadro, brani del romanzo di Murger per far afferrare lo spirito della “vita gaia e terribile” dei protagonisti: Rodolfo, il poeta; Marcello, il pittore; Schaunard, il musicista; e Colline, il peggiore di tutti in quanto filosofo, uno che oltre a non voler far nulla nemmeno saprebbe far qualcosa. “La loro esistenza”, scrive Murger, “è un’opera di genio ogni giorno, un problema quotidiano che essi pervengono sempre a risolvere con l’aiuto di audaci matematiche”. Gli intellettuali da soffitta sono costretti al freddo e al buio per mancanza di risorse che non siano drammi inediti, quadri incompiuti, sonate senza suonatore: “contrabbandieri di tutte le industrie che derivano dall’arte, a caccia di mattina a sera di quell’animale feroce che si chiama scudo”.

 

Murger è colpevole di avere favorito l’identificazione del genio con l’espediente; l’errore di ritenere che povertà e irregolarità facciano l’artista, e che per essere tali ci si debba votare alla miseria svincolandosi dalla committenza. Ma gli intellettuali poveri – convinti di poter vivere d’arte senza guadagno – sono come i bambini che nel secondo quadro dell’opera si accalcano attorno al carro dei giocattoli di Parpignol: uno vuole la trombetta, uno i soldatini, uno il tamburo, per sentirsi trombettieri, generali e tamburini tanto quanto gli adulti si sono persuasi di essere scrittori, musicisti e pittori, pur non avendo pubblico che compri la loro arte. Sono convinti, gli adulti, che l’arte sia un ideale presente ai loro occhi, tale quale l’immateriale investitura che i bambini si conferiscono nei loro giochi proclamandosi sovrani o medici o pistoleri.

 

Mentre i piccoli si accalcano attorno a Parpignol, arrivano le mamme a trascinarli via; nessuno invece distoglie gli adulti dall’arte fine a se stessa, e la loro finzione ludica continua con ottusa serietà. Tuttavia, intenerite dagli strilli dei pargoli, le mamme comprano i giocattoli, ossia si sottopongono a una perdita economica pur di salvaguardare l’illusione dei figli di avere fra le mani qualcosa che li renda trombettieri, generali, tamburini. Idem per gli adulti. Gli intellettuali da soffitta vogliono per le mani spartiti, drammi e quadri che provino la concretezza del loro ideale artistico? Ebbene, devono sottoporsi a una perdita economica che, in assenza di madri paganti, buca direttamente le loro tasche; e, in assenza di compratori, il loro bilancio s’inabissa partendo da zero.

 

La fama cui Murger attinse grazie al proprio libro non valse a molto: non migliorò la produzione successiva, che si accoccolò nella mediocrità lirica; non rimpinguò le finanze di casa, visto che morì in ristrettezze nel 1861, ben prima che l’opera gli conferisse successo planetario. Mi consola però guardare la locandina della prima rappresentazione della Bohème, proprio al Regio di Torino il primo febbraio 1896: ne sovrasta il titolo l’insegna dell’Impresa Piontelli Rho, compagnia di produzioni teatrali di successo quindi macchina da soldi; e mi figuro Puccini con la bombetta in capo e la catenina d’oro che gli perimetra il panciotto mentre, circondato di donne non proprio smunte come Mimì, brinda satollo all’arte redditizia.

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