Il Figlio

E adesso chi sono?

Un giorno ho nascosto le ecografie nel cassetto dell’attrezzatura fotografica in salotto e ho fatto un biglietto per la Libia. Per raggiungere il mio uomo, per fare il mio lavoro. Una volta raggiunti il mio compagno e il mio lavoro sulla linea del fronte di Sirte, un colpo di mortaio ha raggiunto la nostra automobile e ferito il nostro autista, a trenta passi da noi.
E adesso chi sono?

In questi venti giorni ho imparato a memoria i graffi del tempo sui muri di casa. Conosco a memoria anche l’ordine dei libri sugli scaffali. So che ombre genera la luce dell’ingresso quando la accendo alle tre, alle quattro o alle cinque del mattino. So com’è la luce dell’alba dalla finestra della cucina che affaccia sulla chiesa di fronte. Ho familiarizzato con i rumori del piano di sopra, l’insonnia notturna della signora Lina, la vecchietta del condominio che prova a vincere la paura di morire con il volume alto della televisione. In questi venti giorni ho imparato che cosa significhi il tempo quando non ti appartiene più.

 

Venti giorni fa è nato Pietro, mio figlio. Ora mi dorme accanto al centro del letto, mentre io cerco una feritoia in questa giornata per scrivere qualcosa che riguardi solo me. In questi venti giorni ho imparato che il tempo non è più mio, è un breve frattempo tra i bisogni di un altro che dipende da me. Che scoperta, penserete. Sì, per me lo è stata. Ho voluto fare la giornalista praticamente da sempre. Mi immaginavo in giro per il mondo, con la valigia mai disfatta all’angolo del letto. E alla fine così è stato. La radio, la televisione, le tante storie italiane da raccontare, poi i colori, i sapori e le lingue del fuori: il colpo di stato in Egitto, la guerra a Gaza, la guerra civile in Libia, le carceri per i migranti, Aleppo, i confini turchi, gli occhi dei rifugiati siriani in Libano, i disoccupati in Tunisia che sognano il jihad, la brandina dei peshmerga dove ho dormito circondata da mosche sul fronte dell’offensiva a Mosul, nel nord dell’Iraq.

 

Due mesi e mezzo fa ero incinta di quasi otto mesi. Il mio compagno, fotografo, stava lavorando a Sirte – capitale libica del sedicente stato islamico – già da qualche settimana. Le precedenti quattro volte, in Libia eravamo stati assieme. Perché questo ci ha unito, ben prima del figlio: il desiderio di osservare e raccontare il mondo, insieme. Ma mentre lui era in Libia a vivere un pezzo di vita anche mio, io combattevo con l’immagine nello specchio che non mi rappresentava più da mesi e con le migliori menti laiche e progressiste della mia generazione che: “Allora ora la smetti con le guerre e i viaggi?”, “Ora cambia tutto, sai? Niente più pallottole, niente più rischi. Ora pensi solo a lui”. Dall’altra parte della barricata la mistica delle nonne e delle amiche già madri: un mondo color pastello dove tutti parlano in falsetto, dove tutti hanno buoni consigli e cattivi esempi e foto di ecografie pubblicate su Facebook.

 

Così un giorno ho nascosto le ecografie nel cassetto dell’attrezzatura fotografica in salotto, ho comprato un vestito di lino blu che nascondesse la mia gravidanza alla curiosità delle hostess di terra di Tunisi e Tripoli, e ho fatto un biglietto per la Libia. Per raggiungere il mio uomo, per fare il mio lavoro. Una volta raggiunti il mio compagno e il mio lavoro sulla linea del fronte di Sirte, un colpo di mortaio ha raggiunto la nostra automobile e ferito il nostro autista, a trenta passi da noi. Il nostro giorno fortunato, o anche: il giorno in cui se tu non vai incontro al senso del limite, il senso del limite ti fa una sorpresa. Egoismo? Narcisismo? Smania di onnipotenza? Tutto giusto e tutto riduttivo. Sono stata egoista, certo, ma mentre rimettevo in ordine gli appunti nella stanza caldissima di Misurata, io mi sentivo a casa. Oggi, in queste mura romane messe su con tanto amore, a casa non mi ci sento più.

 

Negli ultimi sei anni non ho mai trascorso più di una settimana consecutiva qui, giusto il tempo del montaggio di un pezzo, di due lavatrici, di vedere qualche amico che avevo trascurato. E oggi chi sono io dentro questa staticità? Dove la metto e cosa ci faccio con la curiosità verso il mondo che mi ha nutrito finora? Come rendo fertile l’amore per questo figlio che – non voglio avere vergogna ad ammetterlo – in alcuni momenti ho pensato fosse stato un errore? Quando sono tornata a Roma da Sirte, con i tanti verdetti di colpevolezza che mi attendevano, ho preso un vecchio quaderno e ho scritto a mio figlio, che mi scalciava nella pancia. Gli ho scritto che la ricerca dell’identità è una faccenda molto complessa e che può diventare una condanna, non sempre una fidata compagna di viaggio.

 

Ho scritto a Pietro che forse, a volte, gli capiterà di vedermi silenziosa e malinconica, perché in fondo, hanno ragione quelle spietate menti del “Cambia tutto ora” e nella vita acrobatica che mi aspetta, dovrò essere una brava madre, una giornalista coraggiosa e una donna ancora attraente e divertente. E forse a volte sentirò di non farcela. Come ora. Ora che quando mi sveglio al mattino e Pietro è in mezzo a noi, sentire il suo respiro mi sembra un miracolo e contemporaneamente non ho timore a dire che mi sento sola. Ma Pietro è nato ironico. E saprà adattarsi a questa madre strampalata, lui che ha scelto di nascere il giorno del Fertility day. Ieri abbiamo fatto le fototessere per il suo passaporto e abbiamo comprato la sua prima valigia. Il tempo, nel frattempo, è l’espressione di un’attesa.

 

Francesca Mannocchi è giornalista freelance in aree di crisi

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