La grande illusione di rock, hippie e deserto: benvenuti all’Oldchella

A Indio, 150 chilometri da Los Angeles, i mostri sacri della musica celebrano un nuovo rito: il nome ufficiale dell’evento è “Desert Trip”, e già si sente profumo di patchouli, erba ad alto prezzo, incensi, Tom Ford e parafernalia vari.
La grande illusione di rock, hippie e deserto: benvenuti all’Oldchella

The Who in concerto a Indio per una data del loro tour (foto laPresse)

Che magnifica nuova idea di sfruttamento delle prerogative e delle infinite pieghe della pop culture, hanno avuto alla Goldenvoice, la stessa agenzia che organizza annualmente Coachella, il più popolare e chic dei festival musicali negli States! La location è la stessa: Indio, 150 chilometri da Los Angeles, spingendosi ben dentro al deserto dietro le montagne di San Bernardino, nei pressi di Palm Springs e Rancho Mirage, posticini scovati da instancabili esploratori delle opportunità americane, come Frank Sinatra e Bob Hope. Coachella ogni anno mette sul palco per un paio di weekend le cose più alla moda della musica del momento – fino a un centinaio di live set per un pubblico di 100 mila persone, con tanti spinoff commerciali e incassi che nell’ultima stagione hanno superato i 250 milioni di dollari, foraggiati dal miglior pubblico possibile e quello più disposto a spendere: gli hipster californiani, il jet set, i ricchi, i famosi e quelli che vorrebbero esserlo, i creativi, gli alternativi, i cercatori di uno svago serio, tutti raccolti insieme in una rappresentazione di fighettismo ed edonismo hippie-chic di notevole impatto estetico e ormai di richiamo internazionale (i migliori e quelli che possono, partono per Coachella con l’aria metro-radical di chi ha un appuntamento a Woodstock).

 

Ma adesso questi annusatori dell’aria che tira nei desideri di consumo, hanno messo in piedi un vero capolavoro manageriale e perfino culturale: il nome ufficiale dell’evento – consumatosi nell’ultimo weekend e che si replica in quello che sta arrivando – è “Desert Trip”, e già si sente profumo di patchouli, erba ad alto prezzo, incensi, Tom Ford e parafernalia vari. Ma il nomignolo che subito è stato acutamente affibbiato allo show è “Oldchella”, ovvero Coachella versione senior, per le pantere grigie, pronte a scucire un minimo di 400 dollari per il pass per le tre serate, che salgono a 1.600 se ci si vuole accomodare nell’area dove pascolano quelli che contano, Leonardo DiCaprio e Cara Delevigne, nella loro migliore divisa casual da Merry Prankster, allegri figli dello stroboscopico flower power. Ovviamente il programma musicale è commisurato alla platea ed è, senza dubbio, a prova di bomba: la prima sera Bob Dylan e i Rolling Stones, la seconda Neil Young e Paul McCartney, la terza gli Who e Roger Waters. Solo due concerti per sera, a cominciare dal calar del sole, permettendo ai pendolari di fare su e giù con L.A., nel caso non vogliano approfittare delle comodità del camping deluxe.

 

Ovviamente degli show torrenziali, da due o tre ore ciascuno, che finiscono ben dentro l’elettrica notte nel deserto, tra brindisi con bottiglie da 200 dollari, rifreschi grastrochic a tendenza vegana intransigente, botteghe che vendono a prezzi da Rodeo Drive gli accessori indispensabili per trasformarsi in loco in principi e principesse della Persia allucinogena. Successo immediato: biglietti bruciati in poche ore, un dovere presenziare per chiunque voglia essere visto nella in-crowd della West Coast, brigate di reporter sguinzagliati a caccia del gossip da piazzare sui social che monitorano Oldchella come il trend del momento. Sul palco la galleria di campioni che fa diligentemente il proprio mestiere: gli Stones hanno promosso il nuovo disco che sta per uscire con un concerto che pare un parco a tema del rock, Dylan ha impersonato la Greta Garbo del pop, inarrivabile e magnificamente perso nella raffinatezza di se stesso, Young e McCartney hanno fraternizzato mettendo giù 6 ore di repertori irripetibili, gli Who hanno fatto tremare le montagne che cingono la spianata di Indio e Roger Waters l’ha buttata in politica, attaccando al celebre porco volante dei suoi concerti la scritta “Trump maiale fascista” e adattando una rilettura di The Wall al muro che il tycoon promette di costruire per tenere lontano i rubagalline messicani.

 



Roger Waters - The Desert Trip 2016 - Terza giornata


 

Il resto è luci, colori, meravigliose sottane, piedi scalzi, capelli sciolti al vento, il più delle volte bianchi o opportunamente tinti, con prodotti naturali. A Oldchella si festeggia quanto è stato bello vivere la grande illusione della musica libera e delle porte spalancate nella mente. Si è confezionato un viaggio nel tempo con l’allure che era facile attribuirgli e la gente è venuta, come a un ballo di Gatsby. Che il tutto poi dia una percepibile sensazione di re-enectment, come la ricostruzione dei delitti in tv, fa parte della cosa. La proposta di marketing era: la definitiva esperienza rock, hippies & notti nel deserto incluse. Certo, mancano le incognite di una volta. E un po’ di pericolo. Ma come formula-vacanza tutto incluso, funziona a meraviglia.

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