Dario Fo, da giullare a guru

Vero animale da palcoscenico, iniziò a fare alla grande uno dei mestieri più difficili del mondo. Poi cascò, come tanti, nella tragedia dei comici, lasciando la leggerezza per il teatro politico.
Dario Fo, da giullare a guru

Dario Fo (foto LaPresse)

Bel colpo di scena, da teatrante scaltro e incallito. Morire giusto il giorno del Nobel, quando tutti stavamo ripassando i poeti siriani e i narratori africani. Era la parte migliore di Dario Fo, animale da palcoscenico come in Italia se ne sono avuti pochi: la lista comincia con Carmelo Bene, prosegue con Paolo Poli, e con Dario Fo finisce. Nel “Mistero Buffo” – spettacolo finto-popolare con ampio uso di grammelot avviato alla fine degli anni Sessanta – sfoderava più tecnica di quanta ne assommano dieci anni di diplomati all’Accademia d’Arte Drammatica (il teatro italiano, come altri vanti della nazione, non riesce ad andare oltre Chiasso). Nel 1997 fu premiato con un Nobel, facendo infuriare le professoresse democratiche e gli “aventi diritto” italiani, una schiera che allora andava da Claudio Magris a Mario Luzi (in fondo lo ha preso Grazia Deledda, perché non coltivare la speranza?).

 

Aveva cominciato tra varietà e avanspettacolo, guadagnandosi l’etichetta di giullare. E giullare avrebbe fatto meglio a restare, invece di ringraziare i membri dell’Accademia di Svezia per aver premiato “uno scomodo e contro il potere”. Per cominciare, i giullari stanno a corte, mica fuori (in caso contrario non avrebbero di che vivere). E poi fanno divertire, mica educano il popolo (il sovrano non lo consentirebbe). Come faceva il Dario Fo degli inizi, quando in coppia con la soubrette Franca Rame metteva in scena all’Odeon di Milano “Settimo, ruba un po’ meno”. Come ha smesso di fare quando è passato dal teatro leggero al teatro politico, con un accanimento didattico degno di miglior causa. L’avrebbe speso meglio spiegando ai grillini – sua ultima passione politica – due o tre cose sull’inesistenza delle scie chimiche e sull’esistenza del galateo istituzionale (magari anche un po’ di grammatica, mica andava sprecata).

 


 


 

E’ la tragedia dei comici, Dario Fo c’è cascato in pieno. Partono con gli sghignazzi, che son cosa buona e giusta, affrontando uno dei mestieri più difficili del mondo. Finiscono a fare i guru e – dannazione – non si trova mai nessuno che li guardi, li ascolti, e sbotti in una risata non prevista dal copione. O in un “Dario Fo è nudo”, quando serve (negli ultimi tempi sarebbe servito parecchio). Vale anche per la gara di condoglianze in atto sui social network, notevolissima per i rilanci e l’aggettivazione fantasiosa.

 

Ed è subito Commedia dell’Arte, canovacci assegnati e variazioni sul tema. Roberto Saviano dichiara “Smisurata riconoscenza, l’intellettuale italiano a cui sono più legato, grande amico e genio vero”. Renato Brunetta lamenta: “Ha scherzato sulla mia altezza”. Fabio Fazio ricorda “abbiamo perso una parte di noi” (la migliore, ovvio, e del resto il Movimento 5 stelle piange la perdita della sua guida morale). Tali e quali ad Arlecchino e Brighella che si bastonano, mentre Pulcinella si arrangia per un piatto di maccheroni.

 

La televisione fa a gara per omaggiare Dario Fo – come si deve a un premio Nobel, quindi dimenticando la Canzonissima del 1962 e lo sketch sulla sicurezza in fabbrica. Battuta finale: “Fai avvertire gli operai che il primo che casca gli spacco il muso”. Oggi non si potrebbe più dire, i primi a scandalizzarsi e a chiedere un’interrogazione parlamentare sarebbero proprio gli amici di Dario Fo. Come si conviene a ogni Grande Vecchio, ha la sua meditazione su “Dario e Dio”, da Guanda (i campioni, in ogni campo, parlano di sé usando la terza persona). Guest star Papa Bergoglio, che ai potenti “molla un papagno al giorno”. E dunque è un compagno di scomodità.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi