Una bellezza che riaccade

Accolta freddamente dal pubblico, “La bohème” è diventata una delle opere più amate nella storia. Questa sera torna al Teatro Regio di Torino, dove tutto cominciò il 1 febbraio 1896 (nonostante Puccini non fosse convinto che quella fosse la città giusta per la première.
Una bellezza che riaccade

Teatro Regio Torino – Stagione d’Opera 2016-2017. La bohème di Giacomo Puccini. Direttore d’orchestra Gianandrea Noseda, regia di Àlex Ollé. Foto Ramella&Giannese © Teatro Regio Torino

Da questa sera sino al 23 ottobre presso il Teatro Regio di Torino va in scena “La bohème” (in occasione dei 120 anni dalla prima esecuzione proprio al Regio), opera in quattro quadri di Giacomo Puccini su libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica. L’Orchestra e il Coro del Teatro Regio saranno diretti da Gianandrea Noseda, regia di Alex Ollè, scene Alfons Flores, costumi Lluc Castells. Tra i principali interpreti Irina Lungu nel ruolo di Mimì, Giorgio Berrugi nel ruolo di Rodolfo, Kelebogile Besong, Musetta, Massimo Cavalletti, Marcello, Benjamin Cho, Schaunard.

 


 

 

E’ tra le volte della Galleria Vittorio Emanuele II che prende forma “La bohème”. In uno dei caffè della Galleria tanto cara ai milanesi Giacomo Puccini racconta ad alcuni amici il suo nuovo progetto. Un melodramma ispirato al romanzo di Henri Murger “Scene della vita di Bohème”, che avrebbe dovuto bissare il successo della “Manon Lescaut” e non ripetere il fiasco di “Edgar”. Al tavolo accanto orecchie indiscrete ascoltano fino al punto che Ruggero Leoncavallo, collega compositore, sbotta contro Puccini: “Quel soggetto è mio e tu lo sapevi”. Gli animi si accendono e l’alterco giunge al termine soltanto quando il Maestro abbandona il locale apostrofando il compositore Leoncavallo con il nomignolo di “leonbestia”. La diatriba tra i due continua sulle colonne dei giornali. Leoncavallo userà le pagine del Secolo XIX accusando il collega quasi di plagio. Puccini dal canto suo gli ricorderà che ognuno è libero di comporre come e su qualsiasi argomento voglia: saranno il pubblico e la storia a decretare il resto. Pubblico, giornali e storia sono tre elementi fondamentali quando si parla della “Bohème”.

 


Dichiarazioni del Direttore musicale Gianandrea Noseda, intervistato a margine della conferenza stampa dedicata alla Bohème di Puccini


 

Il 1 febbraio 1896 Torino, nel suo Teatro Regio, ospita la prima. La città è in pieno sviluppo economico e viva dal punto di vista culturale e artistico. Puccini, cosciente delle beghe con Leoncavallo, scrive l’Opera in pochissimo tempo con la collaborazione dei librettisti Luigi Illica e Giuseppe Giacosa. Giacomo è ispirato, con le idee molto chiare e deciso a far bene, eppure è preso da un’ansia spasmodica. Puccini non è convinto che Torino sia la città giusta per la première dell’Opera e trova ancor meno adatto il Teatro Regio, una struttura con notevoli pecche acustiche, a cui sarà lo stesso editore Ricordi a porre rimedio pur di accontentare il Maestro. Così la scelta del direttore della prima: al Compositore non va a genio Arturo Toscanini. Per quanto fosse il meglio che poteva offrire la piazza, Puccini, insicuro d’indole, non gradiva il carattere furente e dispotico di Toscanini nei confronti del quale avvertiva un certo senso d’inferiorità.

 

Alla presentazione del cast dei cantanti l’opera rischiava il completo naufragio. Soltanto il lavoro certosino di Ricordi e il desiderio di bruciare sul tempo “leonbestia” convinsero Puccini ad accettare tutte le condizioni. La gente del Regio riservò a Rodolfo e Mimì e all’opera tutta un’accoglienza fredda. Il pubblico di Torino aveva ascoltato due settimane prima il “Crepuscolo degli dei” di Wagner e associava il nome Puccini alla “Manon Lescaut” con il suo successo planetario. Si aspettava altro. Veritas filia temporis. La coscienza collettiva, si sa, ha bisogno di tempo per maturare. Anche quella dei critici musicali. Carlo Bersezio sul quotidiano La Stampa dopo la première scriveva: “La bohème come non lascia impressione nell’animo degli uditori, non lascerà grande traccia nella storia del nostro teatro lirico, e sarà bene, se l’autore, considerandola come l’errore di un momento, proseguirà la strada buona e si persuaderà che questo è stato un breve traviamento del cammino dell’arte”.

 

Unica voce estasiata quella del critico del Secolo XIX che previde, di lì a poco, come l’opera di Puccini sarebbe entrata nella storia del repertorio operistico. Così fu, per buona pace di Bersezio. Dopo una replica palermitana, l’opera s’impose nei teatri di tutto il mondo e tutt’oggi è tra le più eseguite insieme a “La traviata” di Giuseppe Verdi. Due lavori con una serie di punti in comune: la morte di tisi delle due eroine, l’ambientazione parigina, il rinnegare i propri sentimenti per amore di un altro. “La bohème” e “La traviata” sembrano scritte da un’unica penna e s’impongono entrambe come opere intrinsecamente originali e rivoluzionarie.

 

“La Bohème”, in particolare, è un ponte verso la rivoluzione musicale del XX secolo. C’è il Debussy di Pelléas et Mélisande, le atmosfere di Ravel, le contaminazioni del Musical americano (indicativo il duetto tra Marcello e Rodolfo nel terzo quadro). Puccini organizza un libretto e una partitura che portano a compimento il romanticismo aprendolo al naturalismo e la verismo. Dal naturalismo zoliano prende l’analisi e la precisa sistemazione dei personaggi del verismo intercetta alcune tematiche quali la fame e la povertà. Puccini guarda molto all’amico e collega Mascagni con il quale ebbe una lunga convivenza e anni di vita bohèmiene in un piccolo appartamento milanese.

 

Solo sei settimane di lavoro servirono all’Autore per partorire una partitura perfetta e ispirata (l’orchestra è decisiva nella conduzione del discorso) che denota una sapiente conoscenza degli strumenti orchestrali e una convivenza con le voci. Quest’ultime sono esaltate, senza scadere nel virtuosismo fine a se stesso. Anche l’orchestrazione è minuziosa e attenta alle parole e alle situazioni. Un esempio su tutti: quando vi è la neve che scende su Parigi, troviamo infatti una serie di “quinte vuote” .

 

Con “La bohème” si raggiungono vette di perfezione, vorrete perdonare il luogo comune, toccate raramente nella storia del melodramma. Mimì morirà in punta di piedi, nel silenzio generale e la disperazione di Rodolfo che tenta di rinvenirla. Intanto una luce dall’esterno illumina il volto della ragazza. Orietur in tenebris lux tua. Si comprende bene il perché Nino Rota o Leonard Bernstein non smettessero di suonarla al pianoforte canticchiando le sue melodie. Si narra di un amore viscerale di Stravinsky per la partitura tanto che a Venezia nel 1956 così commentò: “Più invecchio, più mi convinco che ‘La bohème’ sia un capolavoro e che adoro Puccini, il quale mi sembra sempre più bello”. Una bellezza che più ascolti e più riaccade come la prima volta. Come spiegava T. S. Eliot. Come tutte le prime volte della nostra vita.

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