Addio a Andrzej Wajda, l'arte contro "il culto della sconfitta"

Il regista polacco, premio Oscar con "L'uomo di ferro", ha raccontato l’impegno politico e civile, l’antisemitismo e la lotta ai totalitarismi tramite la storia, complessa e drammatica, del suo paese. E' morto a 90 anni a Varsavia. Il suo ultimo film sarà alla Festa del Cinema di Roma.
Addio a Andrzej Wajda, l'arte contro "il culto della sconfitta"

E' morto a 90 anni il regista Andrzej Wajda (foto LaPresse)

L’ultima storia di Andrzej Wajda, il più famoso regista polacco, la racconteranno le scene di "Afterimage", presentato all'undicesima edizione della Festa del Cinema di Roma. Un appassionato biopic dedicato a una figura eroica dell'arte moderna, il pittore d'avanguardia Władysław Strzemiński, protagonista del formalismo polacco prima della Seconda Guerra mondiale. Il pittore fu vittima delle persecuzioni del regime comunista per non aver adeguato la sua arte astratta ai dettami del realismo socialista. “Afterimage è il ritratto di un uomo integro – aveva detto Wajda –  assolutamente sicuro della strada che ha scelto di intraprendere. Il film descrive quattro anni difficili, dal 1949 al 1952, durante i quali la sovietizzazione della Polonia ha assunto le forme più radicali e il realismo socialista è divenuto il modello obbligato di  espressione artistica". Il regista, che avrebbe dovuto presentare la pellicola alla mostra capitolina, che si terrà dal 13 al 23 ottobre, è morto domenica notte a Varsavia.

 

Wajda aveva 90 anni. È morto per un’insufficienza polmonare, dopo alcuni giorni di coma. Grande appassionato di storia polacca, i suoi primi film erano stati dedicati alla dolorosa esperienza della Seconda Guerra mondiale e alla resistenza ai nazisti, che occuparono il paese per 6 anni. Con "L'uomo di ferro", in cui fa una piccola apparizione il leader di Solidarnosc Lech Walesa nella parte di se stesso, è premio Oscar alla carriera nel 2000: è la storia del sindacato polacco, in cui Wajda aveva militato. Con la pellicola vince la Palma d'Oro al Festival di Cannes nel 1981 ma la sua consacrazione internazionale era arrivata con "L'uomo di marmo", nel 1976, grazie al quale ottiene il Premio della Critica internazionale di Cannes, nel 1978. Considerato uno dei cineasti polacchi di maggior rilievo, era stato nominato all'Oscar nella categoria miglior film straniero in tre occasioni: per l'"Uomo di Ferro", poi per "La terra della Grande Promessa" e nel 2008 per "Katyn", una delle pellicole più sentite, con cui il regista racconta la strage dimenticata nella quale i sovietici assassinarono migliaia di giovani soldati polacchi, nel 1940. Tra loro c'era anche il padre di Wajda.

 

Nelle sue opere, l’autore raccontava l’impegno politico e civile, i temi dell’antisemitismo e della lotta ai totalitarismi tramite il prisma della storia, complessa e drammatica, della Polonia. Il suo ultimo film è stato "Walesa - L'uomo della speranza," uscito nel 2013. Wajda ha studiato alla scuola di cinema di Lodz e i suoi primi tre film, "Generazione" (1954), "I dannati di Varsavia" (1957) e "Cenere e diamanti" (1958) sono considerati dei classici della scuola di cinema polacca. In queste pellicole il regista, che aveva partecipato alla resistenza contro l'occupazione tedesca, affronta i temi della guerra e dell'arrivo al potere dei comunisti dopo il 1945.

 

Wajda è il simbolo del cinema polacco che sta "annusando i tempi e cerca di dare risposte alle domande che si pongono gli spettatori polacchi", ha scritto nel suo commiato il critico cinematografico Tadeusz Sobolewski. "Ha creduto nella missione del cinema, nella responsabilità dell'artista di fronte alla società", sottolinea Sobolewski. Ha cercato di avvisare e prevenire affinché i suoi connazionali non ripetessero più "i sacrifici inutili", "l'eroismo invano", "il culto della sconfitta".

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