Il museo non è più solo contemplazione. Un giro al Newseum e al Maahc

Nelle strutture più recenti si mette a disposizione del pubblico la possibilità di aggirarsi emotivamente, visualmente, perfino in modo tattile, tra momenti, eventi e personalità della storia nazionale del paese. Un esempio di questo nuovo linguaggio espositivo è il Newseum, il Museo del Giornalismo.
Il museo non è più solo contemplazione. Un giro al Newseum e al Maahc

Il Newseum (foto dal sito del museo)

Cosa c’è di più culturalmente stimolante oggi che ripensare il concetto di museo, inteso come luogo della conoscenza iscritta a una disciplina, o a un periodo storico, o a un campo espressivo, o a tutte queste cose insieme. Gli esperimenti allestiti da altrettante istituzioni americane segnano strade che converebbe esplorare anche da noi – lo diciamo, ad esempio, dopo aver malinconicamente camminato per i corridoi deserti, quanto disseminati di capolavori, del museo di Capodimonte a Napoli (l’arte là è sovrastante: la proposta non lo è affatto). A questo proposito, una passeggiata sulle grandi arterie di Washington è stimolante. Là il ragionamento è stato svolto, i risultati sono visitabili e qualche riflessione se ne può ricavare.

 

La prima è che non ci sono più l’opera d’arte e il procedimento di contemplazione al centro dell’idea di museo contemporaneo. A regnare è il concetto di partecipazione, mutuato dagli universi interattivi che abbondano nel nostro quotidiano. Il capolavoro è un effetto e non più una causa dei procedimenti intellettuali, economici e fisici che presiedono alla nascita di un museo. Nelle strutture più recenti si mette a disposizione del pubblico la possibilità di aggirarsi emotivamente, visualmente, perfino in modo tattile, tra momenti, eventi e personalità della storia nazionale del paese. Un esempio di questo nuovo linguaggio espositivo è il Newseum, il Museo del Giornalismo aperto su Pennsylvania Avenue con la missione di “aiutare il pubblico e le notizie a capirsi meglio l’un l’altro” attraverso spazi monografici – Il Muro di Berlino, l’11 Settembre, La Storia di Internet… – e mostre temporanee come “1776 - Breaking News: Independence”, in scena in queste settimane per rievocare i modi con cui la notizia dell’autonomia del Grande Paese si diffuse in un’epoca in cui non era immediata la trasmissione delle novità. Il concetto ordinatore è che il giornalismo, oltre che necessario, è “buono” e cool: il mestiere più desiderabile del mondo, si direbbe.

 

E l’impegno del Newseum sta nel comunicare al pubblico “la necessità delle notizie” e lo sforzo prodotto per renderle chiare e utili, con numerose strizzate d’occhio alla mitizzazione del giornalista – eroe di questa vocazione. Il discorso assume però uno spessore diverso a un chilometro di distanza, visitando il “National Museum of African American History and Culture” appena inaugurato da Barack Obama alla presenza di George W. Bush, che ne incoraggiò la fondazione durante la sua presidenza. Anche qui il concetto di “esperienza” regna sovrano, ma assume una dimensione meno frivola. Già l’edificio che lo ospita, appositamente costruito, sfugge all’abituale casistica di spettacolarità delle nuove case museali (il Newseum, per esempio, cerca i suoi simboli nell’essere “scatola di vetro” che diventa finestra sul mondo e nelle 45 parole del Primo Emendamento, incise nel gigantesco graffito della facciata).

 

Qui invece la forma è irregolare, bruna, sfuggente, ispirata all’arte Yoruba, ricoperta di metallo lavorato in filigrana, come facevano gli schiavi delle piantagioni. Inizialmente il museo non aveva opere da mostrare – nemmeno una – ma una forte idea di partenza: utilizzare una particolare cultura per capire cosa significhi essere americani. Che questa cultura poi fosse quella nata in sottomissione della parte più dolente della nazione ha rivestito il progetto della medesima drammaticità che ogni giorno abita le cronache americane (e di cui non c’è traccia al Newseum), allorché si racconta delle violenze di un paese ancora diviso. Comunque, in dieci anni di visite e viaggi, i ricercatori sguinzagliati dal direttore Lonnie Brunch hanno rastrellato per il paese migliaia di donazioni che ora danno vita alle diverse sezioni dell’esperienza afroamericana, per com’è rappresentata parlando di schiavitù e discriminazione, ma anche di spettacolo e sport, di letteratura, di poesia, arte, musica, educazione.

 

Ci sono le catene dei deportati, i cartelli del mercati di uomini, c’è il casco da allenamento di Muhammad Ali, c’è il passaporto di James Baldwin, c’è la bara in cui venne sepolto Emmett Till, ragazzino linciato per un peccato mai commesso. Non conta il valore artistico, ma la valenza emozionale. E infatti è la commozione il sentimento che domina la penombra del Nmaahc. Afroamericani e non, assistono a ciò che ha generato una razza. Spinti a rivendicare un’appartenenza e a piangere un destino. S’immergono nel passato e riaffiorano al presente. Questo museo non è una stimolazione estetica, ma un lubrificante emotivo. Il gesto di visitarlo è partecipazione ben prima che contemplazione.

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