Padri

La cosa più simile a un figlio che io abbia avuto è stata Lulù

Pur essendo sempre stato dell’idea di non fare figli per offrire il minor bersaglio possibile alla vita, in quel momento ho capito che per veder crescere Lulù mi sarei rimangiato la mia filosofia da occidentale estenuato e avrei persino accettato di convivere con la madre, quindi di portare il nostro amore a una rapida rovina.

La cosa più simile a un figlio che io abbia avuto è stata Lulù

(immagine via Flickr di Chris Price)

La rubrica "Padri" fa parte dell'inserto Il Figlio, lo speciale di Annalena Benini. In ogni numero un padre racconta di sé, con i figli: storie, sentimenti, pensieri, ossessioni, scoperte. Sono qui disponibili tutti gli articoli.

 


 

La cosa più simile a un figlio che abbia mai avuto è stata Lulù. Cinque anni, padre mai conosciuto, sbalzata in giro per il mondo da una madre che rincorreva l’estate da un continente all’altro in forza dei suoi milioni (in franchi svizzeri). Per più di un anno ho fatto parte del loro bagaglio, innamorato della madre fino a infischiarmene di preparare la tesi pur di raggiungerla a Montreux tra una tappa e l’altra della sua eterna villeggiatura. Lulù aveva il fascino dei gatti e delle donne stupende: ombroso, annoiato della propria facile efficacia. I suoi occhi, seri e smisurati, sembravano contenere quantità di esperienza eccessive perfino per un adulto, e io m’incantavo a guardarli. Ma lo facevo di nascosto, convinto che il modo migliore per conquistare i bambini sia trattarli da coetanei, ossia ignorarli; soprattutto quando sono abituati allo sdilinquirsi dei grandi di fronte al prodigio della loro esistenza, o ai tentativi di ingraziarseli per far breccia nei genitori.

 

Lulù era abituata a entrambi, perciò la mia ostentata indifferenza la colpiva, forse la feriva, di sicuro la incuriosiva. E pian piano cominciò a manifestarlo, passando dalla sorda ostilità – quale può esprimerla una cinquenne, perlopiù con bizze improvvise e calci negli stinchi – a una sorta di disprezzo ragionato che me la rese ancor più cara. Faceva il verso al mio francese approssimativo, prendeva in giro la madre perché voleva sposare un uomo così nul (Lulù adorava i cartoni di Titeuf); e, quando la madre me la passava al telefono durante le loro escapades in capo al mondo, anziché parlarmi delle sue nuotate o delle gite che aveva fatto si limitava a chiedermi chi pagasse la telefonata.

 

Io in effetti sono sempre stato decisamente nul, e a maggior ragione lo ero in quella fase desertica della mia esistenza – come la madre non mancava di sottolineare nei nostri frequenti ma compostissimi litigi; quindi era improbabile che Lulù mi si affezionasse per semplice fratellanza d’infanzia inevasa. Né, comunque, poteva vedere finalmente in me il sostituto del padre che le mancava: nei suoi cinque, minuscoli anni di vita, aveva visto alternarsi al fianco della madre quattro o cinque uomini – troppi per potersi illudere che la figura “fidanzato di mamma” coincidesse con quella di “papà”.
Eppure.

 

La madre mi mandava cartoline da tutti i posti in cui andava a svernare. Cartoline piene di punti esclamativi, stelline e altri simboli di euforia turistica, con cui sospetto volesse farmi pesare non tanto il suo divertimento quanto la stupidità del mio non condividerlo. E, per caricare un po’ la leva emotiva, faceva puntualmente aggiungere una postilla a Lulù, che però si limitava a un laconico Salut, più interessata a elaborare una firma con molti svolazzi che la facesse sentire adulta. Mi sembrava di vederla, mentre con la lingua tra le labbra tracciava quelle volute cui affidava il compito di liberarla almeno un po’ dal fastidio di essere così piccola.

 

Ma la cartolina che ricevetti da Key West era diversa. Mentre la madre aveva chiosato con il consueto diluvio di faccette ed esclamativi l’illustrazione sul recto, stavolta Lulù non si era limitata al suo svogliato Salut. Aveva disegnato una cornice a forma di mela, aveva aggiunto due monconcini laterali per far capire che si trattava di un cuore trafitto, e dentro aveva scritto: Ne moubli pas. Non so se a sconvolgermi di più sia stato che una bimba di cinque anni chiedesse di non essere dimenticata, o che lo facesse con lo struggente candore di quel m’oublie sgrammaticato in moubli. Pur essendo sempre stato dell’idea di non fare figli per offrire il minor bersaglio possibile alla vita, in quel momento ho capito che per veder crescere Lulù mi sarei rimangiato la mia filosofia da occidentale estenuato e avrei persino accettato di convivere con la madre, quindi di portare il nostro amore a una rapida rovina.

 

In realtà, la rovina era già in atto. Quando le telefonai per offrirmi di raggiungerla, la madre mi spiegò con molto garbo che si era stufata della mia résistance passive e aveva accettato l’invito a Ibiza di un ex compagno di collegio, erede di una celebre distilleria di whisky e suo strenuo corteggiatore da quando l’aveva ritrovata in un resort delle Turks and Caicos.
Non le ho più riviste. Non ho potuto veder crescere Lulù, non ho potuto fare nessuna delle stupide cose che davanti a quella cartolina mi erano sembrate fantastiche: non l’ho mai baciata sulla testa lasciandola a scuola, non mi sono mai sforzato di non odiare il suo primo fidanzato, non le ho mai detto “Non preoccuparti, ci pensa papà”. Ma qui continui a mancare a tutto, Lulù. E no, je ne toubli pas.

 

L’ultimo libro di Sergio Claudio Perroni è “Il principio della carezza” (La nave di Teseo)

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