Il Figlio

Intenzioni di vita

Se uno non ha l’intenzione di capire la matematica non c’è programma ministeriale, recupero pomeridiano, professore valido che tenga. Questo lo scrivo non perché penso che la scuola e l’insegnamento della matematica non siano passibili di miglioramento, ma perché le cose – tutte le cose del mondo, visibili e invisibili – non vengono mai da sole, ma stanno in relazione.
Intenzioni di vita

Dal film Matrix in poi, tutti hanno potuto capire quanto la matematica fosse la matrice del mondo. Ciò che lo regola e permetterebbe pure di replicarlo, nel caso. Tutti avrebbero potuto, se ne avessero avuto l’intenzione. Perché non si dice mai, quando si parla di educazione, di professori stanchi e scuole pubbliche inadatte, di genitori troppo impegnati, che per imparare e capire, ci vuole l’intenzione. E’ un po’ come nelle favole, se il principe non avesse intenzione di risvegliare Biancaneve, se non la amasse ma facesse solo finta, il suo bacio non sortirebbe alcun effetto. E’ un po’ come la terza prova di Indiana Jones e l’ultima crociata, il salto della fede.

 

Se uno non ha l’intenzione di capire la matematica non c’è programma ministeriale, recupero pomeridiano, professore valido che tenga. Questo lo scrivo non perché penso che la scuola e l’insegnamento della matematica non siano passibili di miglioramento, ma perché le cose – tutte le cose del mondo, visibili e invisibili – non vengono mai da sole, ma stanno in relazione (specialmente quelle invisibili, devo dire). Parlavo di Matrix. Mi aspettavo insomma che dopo Matrix ci sarebbe stato un picco di iscrizioni alla facoltà di matematica, invece no, niente, alla Federico II, nel 2000, quando  stavo per laurearmi e i dipartimenti di scienze esatte avevano eliminato, per incentivo, le tasse di iscrizione, non c’era stato nessun picco (a informatica sì).

 

Per me, cresciuta negli anni ottanta, era chiaro che la matematica tenesse in piedi il mondo, e avevo e ho molti esempi. Il padre di Jeeg Robot continuava a vegliare su di lui e a indirizzarlo dall’oltretomba grazie a un computer, Lady Oscar aveva potuto dare l’assalto alla Bastiglia anche grazie ai calcoli di Laplace, i tiri nella porta di Benji fatti dagli attaccanti della porta avversaria dimostravano che il pallone seguiva una traiettoria curva, talvolta molto curva, e dunque la terra non era piatta e dunque dovevano esserci delle leggi che, a partire dalla mela caduta in testa (almeno nella leggenda) di Newton, regolavano il sole e le altre stelle. Non è per questa coscienza che mi sono iscritta, finito il liceo, alla facoltà di matematica (è per una delusione) ma dopo tanti anni di studio e, ormai, dopo tanti anni di distanza dallo studio, posso dire che la matematica è stata, sé nonostante, presente come una persona di famiglia, che mi ha educato.

 

Credo però tutto, tutto questo ricordare pallido e assorto (o anche lisergico cartoon anni ottanta), sia cominciato con la nascita di Francesco, mio nipote. O, più plausibilmente, sia continuato. Perché la verità è che tutti in famiglia siamo matematici. Matematici in senso lato. Mio padre è un fisico, si è occupato di particelle, ha scritto manuali per le scuole. Mia madre è un segretario comunale (è andata in pensione a luglio), mia sorella Silvia è chimico, fino al dottorato assemblava pentasaccaridi (non so cosa siano, forse poi si dice sintetizzare), mia sorella Giulia disegna vestiti (e li cuce in molti pezzi, tipo tangram), mio cognato Paolo è un fisico, studia le alte energie (o così mi pare e nella sua famiglia ci sono molti matematici e fisici) e poi c’è il bambino, Francesco, che è nato in questo mondo di persone che misurano, contano, elencano, costruiscono tabelle, come tutti certo ma con maggiore precisione e preveggenza, e con una specie di attitudine data dall’osservazione. Ecco avere più precisione e preveggenza rispetto alle cose significa in qualche modo essere matematici.

 

La matematica è uno strumento per capire. Forse non dice il perché, ma sul come si pronuncia sempre, il come è il suo argomento. Per questo si dice che i matematici fanno i modelli (io lo dicevo perché quando mi chiedevano di dividere il conto ero lentissima sui calcoli e ammantavo la mia lentezza con la vanteria di “fare i modelli”). Ciò che non si sottolinea, per stanchezza o scaramanzia, è che questi modelli, sono modelli di vita. Se non fosse nato Francesco e non avessi visto all’opera i suoi genitori e i suoi nonni (dunque i miei genitori) forse questa fortissima connessione tra matematica e modelli di vita, non mi sarebbe apparsa così evidente, naturale.

 

Li ho visti imparare (è il loro primo figlio) o ricominciare (è il loro primo nipote) a nominare, elencare, misurare, accostare forme per analogia a beneficio e in direzione del bambino e ho capito che gli stavano insegnando – e io stessa, e mia sorella Giulia pure, e di certo anche i nonni e gli zii dall’altra parte – non le cose, ma le relazioni tra le cose, questo viene prima e questo dopo, a guardare bene, a distinguere e collegare. Provando e riprovando. Così io spero che Francesco, il bambino, abbia intenzione di capire senza aver mai paura di fallire – perché così deve essere in un mondo vasto e largo, e nonostante la matematica – perché non capisce abbastanza. Come sta scritto in Mrs Dalloway, abbastanza era anche troppo.

 

Il libro di Chiara Valerio, “Storia umana della matematica”, è uscito nei Supercoralli di Einaudi

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi