Dice molto di più sul futuro dell'Europa l'opera di Luca Pignatelli che mille gommoni di Ai Weiwei

Il lavoro dell'artista milanese su occidente e islam, a differenza dei mille gommoni di Ai Weiwei, fa pensare. “Volevo capire se la figura occidentale potesse coesistere con l’iconoclastia orientale cioè islamica”. E nel mondo crudele che rumoreggia fuori di qui è possibile? “L’integrazione dovrebbe prendere la forma del baratto".

Dice molto di più sul futuro dell'Europa l'opera di Luca Pignatelli che mille gommoni di Ai Weiwei

L'opera di Luca Pignatelli

Esiste Ai Weiwei ed esiste Luca Pignatelli. Esiste, intorno al medesimo argomento (la storia che brucia intorno a noi e forse dentro di noi), l’opzione dell’opportunismo sciacallesco dell’artista mediatico e l’opzione della riflessione feconda dell’artista artistico. Sicuro di questo, suono un campanello fra Rogoredo e Porta Romana (scusate la vaghezza ma non voglio facilitare la vita ai coranisti) e per la prima volta, io che in Italia conosco tutti o quasi tutti gli eccellenti pittori poveri, incontro Luca Pignatelli che è un eccellente artista ricco o quanto meno benestante. Leggo che Artprice, banca dati dei risultati d’asta, lo ha posizionato fra gli italiani meglio venduti nel mondo insieme a Cattelan, Penone, Clemente e pochissimi altri: glielo dico e lui non sa o finge di non sapere. Vedo che in cortile, anzi nell’androne, staziona una notevole Jaguar spider: gli faccio i complimenti e lui minimizza, dice che è vecchia e vale al massimo 3.000 euro. Per sua fortuna ultimamente preferisco i quattro per quattro, i Range Rover, i Suv che mi fanno sentire più dominante e sicuro, altrimenti gliene avrei offerti 3.500 e sarebbe stato costretto a cedermela.

 


Foto tratta dal sito dell'Associazione culturale La Fenice


 

Ma non sono qui per compravendite automobilistiche, sono fra Rogoredo e Porta Romana, come dire fra Enzo Jannacci (“Andava a Rogoredo e cercava i so danée”, 1964) e Giorgio Gaber (“Un bacio dato in fretta sotto un portone / Porta Romana bella / Porta Romana”, sempre 1964), perché ho saputo che Pignatelli ha prodotto qualcosa per chi, oltre che all’arte, è interessato alla storia. Alla storia contemporanea e alla sua continuità con la storia antica. I miei eccellenti pittori poveri sono apparsi sulla scena dopo Francis Fukuyama ossia dopo il 1992, l’anno di “The end of the history and the last man”: ovvio che si interessino quasi esclusivamente di forme e di colori. L’art pour l’art, si sarebbe detto una volta.

 

Paradossalmente, per capire meglio il 2016 servono gli occhi e la mente di un artista nato nel 1962 che ha letto tanti libri (lo studio è tappezzato), che non perde tempo su Facebook, che ha riferimenti remotissimi (Giotto, Beato Angelico, Piero della Francesca), che si diletta a suonare la tromba come un bebopper degli anni Cinquanta, che mi racconta di quando suo padre Ercole, artista anch’egli, frequentava insieme a Fontana-Crippa-Dova-Mulas il mitico anzi archeologico bar Giamaica, a Brera. Un uomo talmente devoto alla durata da aver chiamato Ercole suo figlio e da precisare che l’opera “Farmacia” esposta in questi giorni alla galleria Poggiali di Pietrasanta non nasce come Atena dal cranio di Zeus ma è l’ultima tappa di un lungo percorso esterno alla propria persona che comincia nel 1942 (“Pharmacy” di Joseph Cornell) e prosegue nel 1992 (“Pharmacy” di Damien Hirst): “Ci tengo molto a far parte di una storia”. Ma insomma cosa c’è dietro l’angolo, dietro la porta che conduce al grande spazio centrale, al sancta sanctorum dello studio, già officina meccanica, che molti a Milano gli invidiano?

 

Sulla parete di sinistra è appeso un tappeto persiano quattro metri per tre e vecchio di due secoli, non restaurato perché Pignatelli vuole che il tempo si veda e infatti i supporti delle sue opere sono spesso strappati, corrosi, macchiati. Sul tappeto è impressa una gigantesca testa classica, riproduzione di una scultura greca conservata all’Albertina di Vienna. L’opera è inedita e non ha ancora un titolo e forse nemmeno ne ha bisogno, da tanto è forte il suo senso. “Volevo capire se la figura occidentale potesse coesistere con l’iconoclastia orientale cioè islamica”. Sulla parete della factory le due civiltà artistiche coesistono perfettamente, ma nel mondo crudele che rumoreggia fuori di qui? “L’integrazione dovrebbe prendere la forma del baratto. Bisognerebbe sedersi e contrattare: io ti concedo questo e tu mi concedi quest’altro”. Davvero si può giungere a un accordo che contempli la convivenza fra dee discinte e tappeti da preghiera? “Forse è già troppo tardi”.

 

Che Pignatelli non sia stolidamente ottimista lo si evince anche dai lavori passati, da quelli su Pompei, fiorente città estintasi in pochi minuti, alla “Battaglia di Lepanto” esposta alla Biennale di Venezia del 2009, un trittico monumentale molto liberamente ispirato allo scontro navale in cui don Giovanni d’Austria garantì all’Europa occidentale quattro secoli di libertà. In alto sulla tela, al posto della “Madonna del Rosario” dipinta fra gli altri da Paolo Veronese, appaiono lugubri Stukas. A suo tempo qualcuno ci volle leggere un messaggio destrorso, una proibita scelta di campo nell’impronunciabile scontro di civiltà, e grazie al Cielo il non destrorso Gillo Dorfles ci vide esclusivamente “insoliti mezzi pittorici tra il gouache e il collage, tra il monocromo e l’argenteo”.

 

Pignatelli non è Guttuso, un artista grande e però al servizio di un partito politico: Pignatelli è un artista figurativo al servizio della figura. Se, nel presente naufragio d’Europa, della futura liceità delle immagini non si preoccupa lui, chi dovrebbe farlo? Roberto Cotroneo non è un critico specializzato e forse proprio per questo ci prende più di altri: “Tutti i grandi artisti come Pignatelli sono un punto di partenza. Basta semplicemente sedersi davanti a queste opere, guardare e cominciare a pensare”. Mentre i gommoni appesi da Ai Weiwei a Palazzo Strozzi sono un arrogante invito a non pensare, ad accettare ovinamente l’esistente e dunque l’invasione, la “Testa sul Tappeto” apre la mente a un brulichio di ipotesi.

 


L'installazione di Ai Weiwei (foto via Twitter)


 

Le prime due: è forse una testa tagliata? O, al contrario, simboleggia Atene che si impone sulla Mecca? Francamente non lo so e forse non lo sanno nemmeno le altre teste che dalle altre pareti mi osservano, quadri meno grandiosi (però mai piccoli: l’arte di Pignatelli è “larger than life”) al centro dei quali volti ellenici o ellenistici spalancano al mondo orbite di marmo. Bianche come fantasmi, queste teste classiche sembrano poco classicamente turbate: per la nostra sorte e per la loro che sarà, lo sappiamo, la medesima.

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