Il libro “prettamente commerciale”

Non è questione di schierarsi nella Guerra dei due saloni – peraltro ormai alle fasi di demarcazione dei territori conquistati o persi –, guerra culturale che abbiamo seguito con interesse e senza partigianeria. La questione che interessa è più generale.
Il libro “prettamente commerciale”

L'ultimo Salone Internazionale del Libro a Torino (foto LaPresse)

Non è questione di schierarsi nella Guerra dei due saloni – peraltro ormai alle fasi di demarcazione dei territori conquistati o persi –, guerra culturale che abbiamo seguito con interesse e senza partigianeria. La questione che interessa è più generale. E le parole pronunciate dal ministro dei Beni e delle attività culturali l’altro giorno a Torino (ma era al Salone del Gusto) sono un’occasione per chiarirla. Ha detto Dario Franceschini: nel Salone di Torino “siamo entrati quattro mesi fa e non c’è ragione per uscirne. Discuteremo con Torino su come la manifestazione può essere funzionale alla promozione della cultura, che è la nostra missione, e quindi garantisca e giustifichi la nostra presenza”. Dall’altra parte del Ticino, il nuovo salone di Milano “è un evento di natura prettamente commerciale”, e a una cosa così il ministero della Cultura “non parteciperà”. “Del resto siamo dentro al Salone di Torino, che è una fondazione senza scopo di lucro”. Quello dei libri non commerciali è un perdonabile tic da scrittore di Franceschini (ricordate l’idea della Biblioteca dell’Inedito per i libri mai pubblicati?).

 

Ma ritenere che solo le operazioni culturali in perdita – e bisognose di un aiutino statale – siano cultura, e se qualcuno invece prova a fare business culturale non va bene, è imperdonabile. E non fa onore al ministro della riforma “valorizzatrice” della cultura. La vera domanda è se fosse davvero necessario che lo stato facesse il suo ingresso (quattro mesi fa, quando la barca faceva ormai acqua) in sostegno di un’iniziativa culturale che dovrebbe per principio essere libera e autonoma. Rosanna Rummo del Mibact ha aggiunto un altro aspetto discutibile: “Sono stati gli stessi organizzatori di Milano a parlare di fiera e di mercato dei diritti”, ha detto. Come fosse una colpa e non una scommessa imprenditoriale. Peccato che la Buchmesse di Francoforte sia esattamente questo, e sia insieme uno dei più grandi eventi culturali del mondo. E’ un manicheismo che nasconde due cose: una concezione senza realismo dell’editoria, e l’irritazione per il modello di governance scelto dalla Fabbrica del Libro – una società per azioni – che, per dirla tutta, nasce anche dal fatto che a Milano il Mibact non lo vogliono proprio.

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