Zaslavsky l’umanista

Dalla fuga dall’Urss alle lezioni di sociologia in Canada. Le ricerche pionieristiche su Katyn e sul Pci. Da martedì a giovedì il Foglio vi regala i quattro racconti di "Il mio compagno di banco Ramo Ramòn Mercader", l'ultimo dei libri dell'estate.
Zaslavsky l’umanista

Ultimo appuntamento con il libro dell’estate: dopo “Serenata” di James Cain, “La valigia” di Sergej Dovlatov, “Il popolo dell’abisso” di Jack London e “Badenheim 1939” di Aharon Appelfeld, “Daisy Miller” di Henry James, “E’ andata così” di Meir Shalev e "Il Paradiso del diavolo" di James G. Ballard, da oggi a giovedì il Foglio propone ai suo lettori "Il mio compagno di banco Ramòn Mercader" di Victor Zaslavsky. Il testo, tradotto da Maria Fabris, è quello dell’edizione Sellerio.

 


 

Roma. “Victor non era un sociologo, non era uno storico e non era nemmeno un sovietologo. Era un umanista, il che vuol dire che era molto più che un sociologo, uno storico e un sovietologo – ha scritto lo storico della Luiss Giovanni Orsina, amico e collega del compianto Victor Zaslavsky – Mi hanno sempre affascinato, in particolare, le sue capacità letterarie: meglio ancora, l’uso che faceva della letteratura come strumento di conoscenza della storia del Novecento”. I lettori del Foglio, da qui a giovedì, avranno tra le mani un piccolo campione dell’umanesimo letterario di Zaslavsky. Quanto al resto, in questa sede si può solo tentare di sintetizzare alcuni dei lasciti della ricerca scientifica di Zaslavsky. Nato nel 1937 a Leningrado (oggi San Pietroburgo), iniziò a temprare il suo multiforme ingegno già in Unione sovietica, con studi in storia dell’arte coltivati a contatto con i capolavori dell’Ermitage e lavorando come ingegnere minerario esperto di perforazioni in tutto il paese. Nel 1975, la fuga dall’Unione sovietica. Zaslavsky era stato bollato come “politicamente inaffidabile”, e comunque il Partito non perdonava le origini ebraiche della sua famiglia, per quanto esse non fossero mai state esaltate o coltivate. Così l’ingegnere stava per diventare storico, sociologo e sovietologo a tutto tondo. Senza mai dimenticare quali fossero state le scelte politiche che quella fuga l’avevano resa obbligata (dal lato sovietico) o possibile (sulla sponda americana).

 

Come ha scritto il giornalista Antonio Carioti in una preziosa collezione di ricordi postumi edita dal Centro studi sulla storia dell’Europa orientale e intitolata “Victor Zaslavsky, viaggiatore attraverso il secolo”, il professore fuoriuscito dall’Urss non smise mai di manifestare “la sua gratitudine verso Richard Perle, esponente di punta del neoconservatorismo americano, che negli anni 70, da consigliere del potente senatore democratico Henry Jackson, si era battuto perché la vendita di grano all’Urss fosse condizionata a concessioni da Mosca in fatto di permessi d’emigrazione in occidente: lui stesso e la sua famiglia ne avevano approfittato per raggiungere il Canada”. Dopo una breve tappa obbligata a Roma, infatti, durante la quale Zaslavksy non perse tempo e iniziò a imparare la nostra lingua, nel 1976 l’esule divenne professore di Sociologia alla Memorial University di Newfoundland.

 

A cavallo di quegli anni formalizzò le sue originali analisi sul “consenso organizzato” nell’Unione sovietica, visto che l’Urss creò, come avrebbe scritto in seguito, “una fitta rete di potenti istituzioni di controllo sociale, sovraintendendo così al processo di socializzazione svolto da tutte le altre istituzioni”; in questo modo, “dopo aver soppresso gli individui con spirito imprenditoriale, l’amministrazione staliniana proseguì la sua opera di creazione dell’homo sovieticus, rafforzando selettivamente quei tratti della personalità tipici della società tradizionale come la passività sociale e l’obbedienza all’autorità”. In un suo studio insieme al collega Robert J. Brym, Zaslavsky tornò a riflettere in maniera sistematica anche sull’emigrazione degli ebrei dall’Urss: un tema che approfondì nelle motivazioni (non sempre di ordine religioso, anzi, come scoprì da interviste sul campo), nelle conseguenze (dirompenti per allentare la stretta del potere politico su tutti i cittadini russi) e nelle lezioni utili pro futuro (suggerendo ai leader dell’occidente il potenziamento delle “armi di attrazione di massa” costituite dall’informazione libera e non solo).

 

Il legame di Zaslavsky con l’Italia, in un primo momento fugace, non fece che rafforzarsi con il tempo. Per esempio attraverso i suoi interventi su Mondoperaio. Il sociologo Luciano Pellicani, che fu anche direttore della rivista socialista nei suoi anni d’oro, ha ricostruito così il primo incontro dal vivo con il professore russo: “Victor mi apparve immediatamente come lo avevo immaginato. Di poche parole, quasi schivo, tutto concentrato nel suo Beruf, che, per lui, non era solo una professione; era anche e soprattutto una vocazione”. Negli anni 80 i lettori italiani, grazie all’editore Sellerio, iniziarono a conoscere la vena letteraria di Zaslavsky: allora infatti furono tradotti alcuni suoi racconti brevi, raccolti sotto il titolo del più celebre, “Il dottor Petrov parapsicologo”.

 

Nell’agosto del 1992, con una cerimonia in Canada che si tenne di fronte all’oceano Atlantico, Zaslavsky sposò la storica italiana Elena Aga Rossi, allieva di Renzo De Felice. Una svolta, quella nella vita sentimentale della coppia, che non mancò di influenzare anche la loro ricerca intellettuale. Quando il Mulino, nel 1997, pubblicò il loro libro “Togliatti e Stalin. Il PCI e la politica estera staliniana negli archivi di Mosca”, non mancarono le polemiche e le critiche, a volte ingenerose. Tuttavia il rigore critico con cui i due studiosi avevano analizzato documenti d’archivio inediti hanno lasciato per sempre il segno sull’interpretazione della cosiddetta “svolta di Salerno” del Partito comunista italiano: non esattamente una prova d’autonomia di Togliatti dalla egemonia sovietica, come si era detto fino ad allora, quanto un ennesimo caso di allineamento all’atteggiamento utilitaristico di Mosca. Zaslavsky era infaticabile: nel 2006 pubblicò una nuova versione delle sue pionieristiche ricerche sul massacro di Katyn (in Polonia), significativamente intitolate “Pulizia di classe”. Infaticabile fu anche come docente: ai suoi studenti della Luiss di Roma, come a chiunque entrasse in contatto con lui, non ha mai smesso di suggerire analisi, temi su cui riflettere e soprattutto un metodo e una passione genuinamente liberali.

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