La ferocia di una gogna che trasforma una ragazza in un niente a disposizione di tutti

Tiziana Cantone era sola contro un mondo intero, reale e virtuale, che cliccava sulla sua faccia e rideva, si eccitava, si annoiava, se ne fregava, ma sempre pensando di averne diritto.
La ferocia di una gogna che trasforma una ragazza in un niente a disposizione di tutti

La ferocia non è una soltanto. La ferocia materiale di chi insultava Tiziana per strada, dopo averla vista nel video hard che lei aveva affidato agli amici (ai nemici), la ferocia di chi stampava magliette con la frase da lei pronunciata nel video, la ferocia immateriale che trasforma moltissimi spettatori, linkatori, guardatori, in linciatori quasi inconsapevoli, convinti di avere davanti, con il filtro di uno schermo, non una persona ma una cosa, uno scherzo, un gioco anche crudele ma pur sempre un gioco, un corpo, nient’altro che un corpo. Invece, al contrario, una ragazza che per sventatezza, per un minuto di eccitazione, per fiducia e per allegria affida se stessa a qualcun altro, invia come un regalo qualcosa di sé, qualcosa anche di segreto e spavaldo insieme, un’esibizione, una bravata, quella ragazza pensa sempre, sempre, di avere a che fare con gli esseri umani. Con persone che non la tradiranno. Che non la tratteranno come una cosa disprezzabile, massacrabile.

 

Quella ragazza non pensa di avere a che fare con la ferocia, in tutte le sue forme, materiali e immateriali. Invece ha lasciato il lavoro, ha lasciato il paese che per lei ora esplodeva in risate e insulti e canzoni e impossibilità di avere una vita, ha cercato di difendersi, ha speso soldi in avvocati, ha cercato di cambiare cognome, ha provato per due anni a immaginare un futuro e non ce l’ha fatta. Si è impiccata a trentun anni nello scantinato della casa in cui era tornata a vivere con la madre, perché nella sua vita ha fatto irruzione una ferocia che si moltiplica, che ghigna, che saltella nei siti porno, nei social network e perfino sui giornali, che non ha pietà ma soprattutto non ha considerazione, coscienza che le persone esistono, non sono soltanto un’immagine da cliccare e quindi da distruggere.

 

Peter Gomez ha chiesto scusa per il pezzo che il sito del Fatto quotidiano dedicò un anno fa a questa storia, trattandola come un fenomeno di costume, ipotizzando come altri che potesse essere un’operazione di marketing per lanciare una nuova attrice porno. “L’errore commesso è evidente e innegabile”, ha scritto Peter Gomez, bisognava approfondire, chiedere, rendersi conto della superficialità, della pericolosità, “e credo che se avessimo fatto fino in fondo il nostro mestiere quel pezzo del 2015 non sarebbe mai finito in pagina”. Tiziana era sola contro un mondo intero, reale e virtuale, che cliccava sulla sua faccia e rideva, si eccitava, si annoiava, se ne fregava, ma sempre pensando di averne diritto. Perché appena lei ha affidato quei video agli amici, ha smesso di esistere, ha smesso di essere una persona, è diventata una foto, un frame, un nulla a disposizione di tutti.

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