Il Figlio

Mi sta malissimo

Un pomeriggio di shopping con una sedicenne richiede una disposizione d’animo verso la maternità, l’adolescenza e le code ai camerini di H&M degna di un monaco tibetano. Se poi c’è di mezzo una festa, si può arrivare a mettere insieme la documentazione necessaria per la beatificazione.
Mi sta malissimo

Madre e figlia in "Una mamma per amica" mentre fanno shopping

C’è stato un tempo in cui la vita era tutta rosa. Cuoricini di paillettes rosa shocking si rincorrevano su magliettine rosa confetto, strabordavano sui volant di gonnelline rosa antico e infine planavano sui fiocchi di leziosi sandaletti bianchi e rosa.
Poi è arrivata l’adolescenza e l’unico rosa sopravvissuto è quello di un fard (peraltro poco usato perché invecchia). Quando la vita era rosa, immaginavo i pomeriggi di shopping con mia figlia diventata adolescente come quelli di certi film dove mamma e figlia fanno facce buffe davanti allo specchio del camerino, selezionano in rapido montage abiti e giacche e poi, cariche di buste ed ebbre di allegria, finiscono a scambiarsi affettuose confidenze davanti a uno spumoso frappè rosa fragola.

 

Oggi che mia figlia ha sedici anni, quando dalla sua stanza rigorosamente chiusa arriva l’urlo “Non ho niente da mettermi!” (rabbioso, infelice, vagamente recriminatorio perché è colpa mia e solo mia se ha la cellulite, le gambe corte, i fianchi larghi e insomma potevo farla meglio), io chiudo gli occhi, respiro profondamente e comincio a fare Om. Perché un pomeriggio di shopping con una sedicenne richiede una disposizione d’animo verso la maternità, l’adolescenza e le code ai camerini di H&M degna di un monaco tibetano. Se poi c’è di mezzo una festa, si può arrivare a mettere insieme la documentazione necessaria per la beatificazione.

 

C’è di buono che quello dello shopping madre/figlia è un mondo dominato dalla più comprensiva solidarietà. Perché all’appuntamento stabilito di fronte al reparto jeans nel caso ci si perda di vista nei tre piani di Zara, ci siamo solo noi madri con le braccia cariche di pantaloni shorts magliette e scarpe già selezionate e non ancora provate, rintronate dalla musica assordante, condannate all’immobilità e tutte ugualmente stremate, mentre le nostre figlie tornano alla spicciolata mostrando trionfanti nuovi bottini sotto forma d’improponibili shorts di finto pizzo a balze o abitini di rete giallo canarino che nemmeno Brigitte Bardot a piedi nudi a Saint-Tropez sarebbe riuscita a portare con stile e tutte immediatamente sanno cosa sta pensando quella madre e sul gruppo cade un silenzio carico di tensione, una minima smorfia di disappunto può mandare in fumo l’autostima di un’adolescente per mesi, e quando la madre in questione proprio non ce la fa, tutte vanno in suo aiuto cinguettando sorridentissime quant’è carino, particolare, estroso, magari con una sottoveste, un leggins, un golfino per sdrammatizzare, da provare assolutamente e provare per provare perché non anche quello di maglina blu scuro con le farfalle che è un po’ lo stesso stile?

 

Di solito l’adolescente  si avvia non troppo convinta del vestito di maglina blu scuro con le farfalle che in effetti nessuna di noi indosserebbe nemmeno per scendere a comprare la tachipirina alle due di notte, ma il punto è non cassare l’entusiasmo. Prendere tempo. Confondere le acque. Anche se questo comporta otto turni di coda ai camerini dove si può entrare con massimo sei pezzi per volta. O un preventivo giro d’ispezione in altri cinque negozi tutti ugualmente affollati e oppressi dal rimbombo di pezzi dance augurandosi che l’abitino in rete non venga riproposto in foggia solo leggermente differente in un’indefinibile sfumatura di verde acido. Fondamentale è evitare il pianto, sicuro preludio di un mesto ritorno a casa con la sola felpa per la palestra a cui seguono giorni di musi, monosillabi e cene saltate perché tanto sono grassa, non mi sta bene niente e la mia vita non ha senso (“Non starà mica diventando anoressica?” ci tiene sempre a spaventarmi il padre).

 

E siccome il pianto può arrivare perché gli shorts inguinali che hanno tutte le sue amiche a lei evidenziano inesistenti ginocchia a X, ma anche perché la tutina a righe blu, rosse e grigie che secondo lei è fantastica non ha riscosso in me lo stesso entusiasmo, non posso fare altro che sperare che almeno uno dei trentasette pezzi selezionati, qualunque esso sia, le stia bene, la faccia sentire carina, non troppo apparecchiata ma nemmeno sciatta, rotonda nei punti giusti e sottilissima nell’insieme.
Così quando la tenda del camerino si apre e la bellissima sedicenne che ho messo al mondo e che è convinta di avere la cellulite, le gambe corte e i fianchi larghi, quella sedicenne che non può essere niente di meno che la reginetta della festa, corteggiata dal più figo della scuola, ammirata da amici e sconosciuti, fa capolino e piena di speranza si guarda allo specchio e mi chiede: “Come mi sta?”, di colpo sono catapultata nella stessa scomoda posizione in cui negli anni ho messo mariti, compagni e amanti e scopro che non esiste risposta possibile a quell’impossibile domanda, perché se l’orribile vestitino di rete giallo canarino la fa sentire meravigliosa non c’è bisogno d’altro. Forse solo un cerchietto di cuori rosa.

 

Anna Mittone è scrittrice e sceneggiatrice

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