Le lezioni del Maestro Di Nolfo agli storici e agli intellettuali italiani

La libertà di approccio e lo studio che va dentro ma oltre gli archivi. Un ricordo dello scomparso storico delle relazioni internazionali.

 

Le lezioni del Maestro Di Nolfo agli storici e agli intellettuali italiani

Ennio Di Nolfo (immagine di Youtube)

La morte di un Maestro è una perdita irreparabile. Così per il professor Ennio Di Nolfo, scomparso dopo una lunga vita di studi sulla storia delle relazioni internazionali, di cui è stato per molti decenni la stella polare nell’Università italiana. Ma, accanto allo sgomento per la morte del Maestro, vi è la consolazione, questa sì non soggetta all’usura del tempo, che generazioni di studenti, in un’Università come quella italiana per troppo lungo tempo chiusa alla conoscenza e allo studio della realtà internazionale rispetto alle Università europee e in particolare di quelle americane, hanno potuto godere della monumentale opera del professor Di Nolfo e del suo inimitabile stile nel narrare e interpretare l’evoluzione delle relazioni internazionali nel corso dei secoli.

 

In apertura del terzo volume della sua “Storia delle relazioni internazionali” (Laterza), che analizza il periodo dalla fine della Guerra fredda a oggi, pubblicato pochi mesi prima della sua scomparsa, Di Nolfo ci dà una lezione di concretezza e d’intelligenza nell’affrontare la storia internazionale che è anche una lezione di vita: “Molto spesso gli storici sono colpiti dalla brusca caduta dei loro paradigmi interpretativi. Ma in generale la storia non cambia perché chi ne scrive propone le definizioni che gli sembrano più persuasive nel momento in cui scrive. Cambia secondo le ragioni profonde della trasformazione” (il corsivo è mio). E' una critica severissima verso quella legione di storici che, dalla fine della Seconda guerra mondiale sino a oggi, hanno piegato la storia ai propri schemi interpretativi fissi, spesso bloccati su vecchi parametri, ideologicamente “trascinati” e forzosamente applicati ai nuovi eventi; oppure verso i nuovi storici, attenti a essere sempre all’altezza delle interpretazioni in voga.

 

La lezione di vita che le opere di Di Nolfo hanno dato agli studenti italiani di tutte le Università è proprio questa. La storia delle relazioni internazionali è così mutevole che per comprenderla occorre un’apertura mentale assoluta, una rinuncia agli schemi politici e ideologici consolidati, una libertà di approccio che sola può permettere di penetrare il significato degli eventi e rapportarli a quelli precedenti. Di Nolfo era uno storico libero da ogni influenza ideologica e politica e le sue lezioni e i suoi libri hanno trasmesso proprio questa libertà.

 

Ma un altro aspetto dell’opera di Di Nolfo è inimitabile: la sua capacità di leggere la storia internazionale non soltanto attraverso i documenti diplomatici, pur fondamentali, ma anche mettendo in campo e analizzando gli aspetti culturali che hanno contribuito, spesso in maniera determinante, a definire il significato di un evento o di un passaggio storico. Così, Di Nolfo ha superato gli schemi alquanto polverosi della pura storia diplomatica per fornire quadri di lettura degli eventi ricchi di quella complessità culturale indispensabile per comprendere la storia internazionale nel suo più profondo significato. Ad esempio, in quel formidabile volume che è “Le paure e le speranze degli italiani, 1943-1953” (Mondadori, 1986), Di Nolfo ci racconta quel cruciale decennio della storia italiana anche attraverso il cinema e la letteratura italiana del periodo. Ne risulta un quadro affascinante, una lettura imprescindibile per che voglia comprendere la società italiana in un passaggio decisivo della propria storia nazionale.

 

Ennio Di Nolfo, persona schiva e sempre distante dalle polemiche faziose e inconcludenti, ci ha lasciato un patrimonio insostituibile di studi internazionalistici di altissima qualità scientifica e morale. La moralità di uno studioso integerrimo nel farci comprendere come si legge la storia senza pregiudizi, ma con la gioia di imparare.

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