Il Figlio

Il bisogno di chiudersi di nuovo in ufficio e urlare: non posso

Sul treno di ritorno, ho notato altre donne e uomini con un’aria strana, l’aria che immagino abbiano gli investigatori non esperti quando seguono qualcuno e non vogliono farsi notare. Poi un bambino molto abbronzato e senza scarpe è arrivato di corsa e ha urlato: “Mammaaaa”, e io ho capito. Non sono detective imbranati, sono genitori in fuga.
Il bisogno di chiudersi di nuovo in ufficio e urlare: non posso

Illustrazione di Anna Sutor

La persona che mi manca di più è il nostro divano, ha detto la bambina da troppo tempo in vacanza, sul treno che l’ha riportata a casa. Anche un po’ il gatto, ha detto suo fratello cercando contemporanemente di picchiarla con una mazza da baseball di plastica. Lei ha risposto all’attacco con un ramo di sambuco che aveva raccolto sull’argine del fiume prima di partire (“mamma ti giuro che non lo userò mai come un’arma”), e il tempo del ritorno è passato veloce, fra scazzottate, graffi, calci, pianti e richieste di perdono. Comunque sta per ricominciare la scuola, ho pensato nascondendomi in una poltrona lontana, non più capace di garantire l’ordine e la legalità e nemmeno di minacciarli come ogni volta: chiamo il capotreno e vi lascio giù a Firenze.

 

Da quella poltrona segreta, su cui ho finto di viaggiare da sola, ho notato altre donne e uomini con un’aria strana, l’aria che immagino abbiano gli investigatori non esperti quando seguono qualcuno e non vogliono farsi notare: si nascondono dietro un giornale, con l’impermeabile e gli occhiali da sole, guardano il cielo o il soffitto o una vetrina, mangiano un panino, fissano un lampione, fingono di dormire. Chissà chi stanno seguendo, ho pensato, quali amanti importanti si nascondono su questo treno per Roma, quali segreti portano nelle valigie. Poi un bambino molto abbronzato e senza scarpe, con le ginocchia cotte dagli sfregamenti, è arrivato di corsa e ha urlato: “Mammaaaa”, e io ho capito. Non sono detective imbranati, sono genitori in fuga.

 

Genitori con un’estate intera sulle spalle, bisognosi di nascondersi a cantare ancora l’Avvelenata di Guccini (“nemmeno dentro al cesso possiedo un mio momento”), genitori disposti a riaprire tutti i gruppi Whatsapp della terza elementare per capire se c’è una possibilità di anticipare l’ingresso a scuola di qualche ora, o magari per proporre di portare i figli davanti ai cancelli la sera prima e lasciarli là a dormire tutti insieme, con una tenda e un sacco a pelo, un bel picnic notturno, una nuova esperienza. La notizia, data dalla rappresentante di classe, che dal primo giorno sarà già attiva la mensa scolastica, è stata accolta nella chat con una cascata di pollici alzati, cuori, faccine commosse, fuochi d’artificio coriandoli: mangeranno a scuola, lanceranno il pane a scuola, si rovesceranno la pasta addosso a scuola. Un padre, preso dal bisogno di sfogarsi, ha aggiunto: i nonni sono appena scappati.

 

Sul treno, intanto, la madre travestita da detective è così stanca, o così in incognito, che finge di non sentire le urla di suo figlio, spinge con entrambe le mani gli auricolari del telefono nelle orecchie, si guarda intorno, forse vorrebbe dire: non è mio, non lo conosco, non ho figli scalzi e con le ginocchia sbucciate, ma sa che non può, e il bambino comunque le arriva addosso, le dà una manata sulla faccia, che poi è la carezza tipica dei maschi di sette anni, e le urla da vicinissimo, aggiungendo tutti i dettagli, che deve andare in bagno e che però ha conosciuto un bambino che l’ha invitato a giocare a casa sua, a Cisterna di Latina. Possiamo andarci subito appena arriviamo, eh mamma? E’ vicinissimo, prendiamo un altro treno, giochiamo con la Playstation, catturiamo i Pokemon. La madre sorride, forse per un momento immagina con sollievo di mandare davvero il figlio a Cisterna di Latina da un ragazzino incontrato in treno, in fondo perché no, magari è una di quelle amicizie che durano per sempre, poi si volta e incrocia lo sguardo di un altro detective scalcagnato, un uomo seduto in una poltrona da solo che a sua volta sorride, ma con il terrore sulla faccia. E’ il padre di Cisterna di Latina.

 

Lui, e tutti gli altri genitori sul treno, con i trolley pieni di pantaloni strappati sulle ginocchia e di magliette con ditate di gelato, olio, petrolio, erba, sangue, catrame (quando un bambino, anche di prima media, non vede immediatamente un fazzoletto di carta o un getto d’acqua, si pulisce con precisione le mani sui vestiti, suoi o dei suoi famigliari, anche per lasciare traccia di sé nel mondo), questi padri accasciati sulle poltrone che hanno convissuto al mare e in montagna con suocere, nuore, zie, mogli, fidanzate e sorelle senza mai vedere un uomo nel raggio di chilometri, hanno bisogno adesso di tornare a casa, di chiudersi di nuovo in bagno e in ufficio, di avere riunioni una dietro l’altra, di rispondere: “No, è impossibile, devo andare” alla moglie che chiede se per favore può aspettare lui per dieci minuti la baby sitter, perché lei deve spegnere un incendio o fermare una guerra. Una volta tornati in città, la certezza è questa: tutto quello che in vacanza è sembrato possibile, ragionevole, necessario, adesso e per tutto l’inverno sarà di nuovo impossibile.

 

Era sera tardi quando siamo scesi dal treno insieme, i figli davanti e i genitori-detective, un po’ curvi, dietro, con le valigie e i bambini più piccoli che ci saltavano sopra per farsi trascinare. Qualcuno ha proposto di andare direttamente a scuola da lì, gli altri hanno riso, nervosi. Però la madre con gli auricolari e il padre con la faccia carica di terrore si sono diretti insieme, lentamente ma in modo inequivocabile, con i figli saltellanti e sbrindellati, verso il treno per Cisterna di Latina.

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