Padri

Guidare la Cinquecento in discesa a otto anni

Mio nonno Secondo e il punto di vista sul mondo. Me lo rivedo in bicicletta, con quella bella pancia e le gambe secche, il cappello di paglia e un’inspiegabile corona di cipolle finte al collo. Me lo rivedo a bordo della sua cinquecento, autentico punto di snodo fra natura e cultura.
Guidare la Cinquecento in discesa a otto anni
La rubrica "Padri" fa parte dell'inserto Il Figlio, lo speciale di Annalena Benini. In ogni numero un padre racconta di sé, con i figli: storie, sentimenti, pensieri, ossessioni, scoperte. Sono qui disponibili tutti gli articoli.

 


 

Secondo. Secondo la tradizione, se avessi avuto un secondo figlio maschio avrei potuto chiamarlo così, come il padre di mia madre. Per non farmi mancare altri orpelli patriarcali poi, avrei potuto dargli anche il mio, come secondo nome: Simone. Questo figlio si sarebbe dunque chiamato Secondo Simone Lenzi. E più che un figlio, sarebbe stato un’opinione. L’affermazione di un punto di vista sul mondo. Nel caso di mio nonno però, fu la parsimonia contadina a far sì che intanto ci si facesse bastare un numerale, per non sprecare la poca immaginazione alla ricerca di un nome più significativo, visto che tanto, di nomi, ne sarebbero serviti molti altri nel tempo a venire: nonno fu soltanto il Secondo di tredici figli. Bene dire, però, che l’onore di occupare un posto così preciso nella serie spettò a lui soltanto: non ci furono né Terzi né Settime.

 

Ma a me, che non ho avuto né un primo né un secondo figlio cui affidare la speranza di un punto di vista vicario, non resta che inerpicarmi per quanto possibile su per l’albero genealogico e provare a guardare il mondo da lassù. Legate a lui, a Secondo, mi restano allora poche ma nitide immagini. Intanto quella di una vecchietta che, morta mia nonna, veniva sempre a trovare mia madre, quando ancora ero un bambino. Piccola, bianchissima, dimessa, con gli occhiali spessi e la borsettina, vestita con quel decoro senile di cui, abolita la vecchiaia, sembra essersi persa ogni traccia. “Chi è?” chiedevo a mia madre. “Un’amica di nonno”, tagliava corto. A lei devo la mia prima macchina, una “Bianchina” come quella di Fantozzi: l’amica di nonno me l’aveva lasciata in eredità. Mi sento un po’ in colpa, adesso, a non ricordarmi neanche come si chiamava.

 

Ma, pace all’anima sua, questo intanto mi dice qualcosa di Secondo: doveva aver qualcosa, forse nello sguardo di quegli occhi sempre lucidi, che faceva breccia nel cuore delle donne, se a distanza di tanti anni l’amica gli era rimasta così affezionata da citarne il discendente nel testamento. Il fatto poi che venisse qualificata come “un’amica”, lasciava intendere che Secondo, di amiche, ne avesse avute diverse altre. Mia nonna materna, in quel lunghissimo frattempo, era rimasta a letto, paralizzata. Subito dopo aver partorito mia zia, il liquido di contrasto per un esame radiologico le aveva bruciato la spina dorsale. Aveva trent’anni appena. Ogni mattina Secondo passava davanti alla camera di nonna per salutarla con una sua poesia: “Oh Signore sai perché, leva lei o leva me, ma se vuoi cosa gradita, leva lei che è preferita”, versi semplici e rustici, certo, che però dimostravano una sicura padronanza dell’ottonario (anche nella sua variante tronca). Nonna comunque gli rispondeva immancabilmente con un sonante “dopo di te, imbecille”. Epperò ridacchiava. Sotto sotto, ridacchiava. Perché Secondo era uno che appena lo guardavi ti faceva quell’effetto.

 

Me lo rivedo in bicicletta, con quella bella pancia e le gambe secche, il cappello di paglia e un’inspiegabile corona di cipolle finte al collo. Me lo rivedo a bordo della sua cinquecento, autentico punto di snodo fra natura e cultura: una macchina così incasinata e zozza che dentro ci cresceva l’erba. Me lo rivedo quando mi svegliava la mattina alle cinque per portarmi a caccia, e una volta arrivati al capanno cavava dal portabagagli un sovrapposto calibro 22: “Tieni, questo è per te, ma non lo dire a mamma”. E io passavo la mattina a sparare alle beccacce. A otto anni. E quando poi tornavamo a casa, che mi faceva guidare la macchina giù per i colli pisani, ma a motore spento, perché erano passati da poco gli anni dell’austerity e non si buttava via nulla, neanche la forza di gravità: “Piano però col volante, che scatta il bloccasterzo e si va giù nella scarpata”. E no, anche quello non dovevo dirlo a mamma.

 

Secondo faceva ridere tutti, dicevo, me compreso. Tranne una volta, mentre andavamo a comprare il gelato. Era una sera d’estate, e ancora si villeggiava in campagna. “Io non dovevo mica sposare tua nonna, sai? – mi disse all’improvviso – Dovevo sposarne un’altra. Ma mi morì tre giorni prima delle nozze. La seppellirono con l’abito da sposa”. E poi non disse altro. Continuammo a camminare così, in silenzio, sotto le stelle. In eredità ebbi da lui certe poesie in ottava rima, in cui raccontava i suoi scherzi d’aprile, e l’unica coppa che vinse a un torneo di bocce: “Al giocatore più confusionario”, diceva la targa. Infine il ricordo di una saggia sentenza, ammansitami dall’alto di un instabile equilibrio sulla bicicletta sgangherata. Un piede a terra, l’altro pronto a dare l’avvio a uno zig zag incerto, prima di arrancare faticosamente per la via. Lo sguardo in tralice, mentre scuoteva la testa, a inchiodarmi lì, fra i miei balocchi: “Beato te, Nini, che ’un capisci nulla”. Perché i nonni servivano a questo. A non caricarti sulle spalle l’onere di un punto di vista vicario sul mondo. Che se poi invece qualcosa alla fine capivi, tanto meglio per te.

 

L'ultimo libro di Simone Lenzi è “Mali minori” (Laterza)

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