Perché “Piuma” non poteva che indignare la Mostra di Venezia

Pancione a diciotto anni e dichiarazioni d’amore devono avere irritato gli animi oltre il lecito. Perché il film di Roan Johnson è stato criticato da molti? Pensando male non deve essere estranea all’impietoso giudizio la trama del film.
Perché “Piuma” non poteva che indignare la Mostra di Venezia

Venezia 73, Photocall del film Piuma (foto LaPresse)

Venezia. Giapponesi nella giungla, quando la smetteranno di combattere? “Indegno del concorso alla Mostra di Venezia”: ecco l’accusa contro “Piuma” di Roan Johnson, nato a Londra e cresciuto a Pisa (film di debutto, assai spassoso, “I primi della lista”: tre giovanotti che negli anni 70 per paura di un golpe fantozzianamente fuggirono in Austria). Forniamo qui la versione soft. Con le nostre orecchie abbiamo sentito a fine proiezione un vibrante “Vergogna!”, e radioserva garantiva un “che merda!” (poi descritto come “un dissenso più articolato”). Ci sarebbe da ridere. Se non ci fosse da piangere, dopo certi titoli “Premio Ernia di Marmo al Noia Film Festival” (copyright Cortellesi & Mastandrea). Ma quelli non fanno arrabbiare nessuno, forse perché nessuno li vede da svegli. Pensando male – che sempre si indovina – non deve essere estranea all’impietoso giudizio la trama del film. Cate e Ferro aspettano una bambina, e la futura mamma ancora non ha dato l’esame di maturità. Genitori, amici, compagni e conoscenti si esercitano sul tema “state facendo una colossale stronzata”, ma loro vanno avanti. Anche se non hanno lavoro, non hanno casa, il padre di Cate gioca ai cavalli, il padre di Ferro vuole vendere l’appartamento di Roma e scappare in Toscana, e c’è un nonno a carico. Ricordiamo le arrampicate sui vetri atte a dimostrare che “Juno” di Jason Reitman (con Ellen Page, scritto dall’ex spogliarellista Diablo Cody) non era a favore dei pancioni portati con allegria, quando l’orologio biologico non ha iniziato il conto alla rovescia. La coincidenza con la campagna governativa che invita a fare bambini deve avere irritato gli animi oltre il lecito.

 



 

Non possiamo pensare che nel 2016 – in una Mostra che ha ospitato e seriamente dibattuto in una retrospettiva “Viva la foca” di Nando Cicero con Lory Del Santo e Bombolo – esistano critici che non tollerano le commedie in concorso. Che magari prima hanno riso come gli altri, durante la proiezione stampa fischi non se ne sono sentiti, poi si sono ricomposti e hanno messo a verbale lo sgarbo. Non possono esistere, dovrebbero impedirlo le regole d’ingaggio (non si può essere in materia di comicità obiettori di coscienza: “Se è divertente io lo stronco”). Dovrebbero impedirlo pure gli insegnamenti dei Cahiers du Cinéma, gente che studiò seriamente Alfred Hitchcock. Dovrebbe impedirlo l’intelligenza, oltre al buon senso.

 

Deve essere tutta colpa del pancione a diciotto anni, e della dichiarazione d’amore che chiude il film “sarà una gran cazzata, ma sono contento che la facciamo insieme” (al nono mese, la bimba Piuma sta per nascere e i due genitori ragazzini già discutono gli orari di affidamento post-separazione). A confronto con “Spira Mirabilis” di Martina Parenti e Massimo D’Anolfi – estenuante documentario che vorrebbe parlare di immortalità con le meduse e la spirale di Fibonacci – “Piuma” svolge lo stesso tema con maggiore sensatezza. Senza ricattare lo spettatore, né scavalcarlo per acchiappare direttamente il Leone d’oro (son film a circuito chiuso, “incassi” è una brutta parola). Ha i piedi ben piantati per terra anche Ana Lily Amirpour, regista iraniana di “The Bad Batch”. Scenario post-apocalittico, tra “La strada” di Cormac McCarthy e “Mad Max: Fury Road” di George Miller. Alcuni sopravvissuti sono cannibali, i non cannibali cercano “The Dream”, unica speranza per un futuro un po’ meno atroce. Accudite e coccolate, lontane dai mucchi di spazzatura puzzolente, le donne incinte hanno una maglietta con la scritta “The Dream is Inside Me”. Il sogno sta nella mia pancia.

 

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