Nei talk–show c’è spazio per l’approfondimento? No, dice Orfini

Alla vigilia dell’avvio del nuovo programma di Gianluca Semprini su Rai 3, Matteo Orfini su Facebook critica la banalizzazione del discorso politico in tv.

Nei talk–show c’è spazio per l’approfondimento? No, dice Orfini

Gianluca Semprini nello spot di "Polics"

Settembre archivia le vacanze estive e rimette in onda i talk–show. Domani sera in prima serata sarà Rai 3 a iniziare la stagione dei salotti televisivi con “Politics – Tutto è politica”, il nuovo programma di approfondimento politico condotto da Gianluca Semprini che sostituirà Ballarò.

 

Nelle ultime settimane sulle reti pubbliche è stato trasmesso uno spot di presentazione di Politics che era un manifesto dello spirito della trasmissione: il giornalista intervista in studio il politico di turno e gli pone una domanda secca e precisa; l’ospite tenta di scansare l’argomento replicando con un’altra domanda; Semprini non demorde e incalza più volte il politico, ma questi fornisce solo risposte vaghe e confuse, finché, alla fine, viene portato fuori a forza dalla trasmissione. “A domande precise, risposte precise”, dice il presentatore chiudendo lo spot.


 


Matteo Orfini prende spunto da questo video per scrivere su Facebook una riflessione sul ruolo dei talk–show e sui rapporti tra media e politica. Orfini sostiene che molto spesso “il problema non è nella risposta. Il problema è nella domanda”. Invita a prendere come esempio il format dei confronti Sky, considerato il modello d’eccellenza dell’approfondimento politico: “Un luogo in cui chi si candida a guidare il paese (o una città o una regione) deve rispondere a domande su temi enormi (come si sconfigge la disoccupazione – come si riduce la povertà - come si fa la pace in medio oriente – come si risolve il problema del traffico) in 90 secondi.  90 secondi.  Il che, se vogliamo essere onesti, rende superflua e ridicola qualunque risposta”.

 

Orfini sottolinea inoltre come la televisione, o almeno i talk–show, generi un sistema di ipersemplificazione dei dibattiti che è “una manna dal cielo” per i politici. Un sistema che non solo facilita il loro lavoro comunicativo, ma che genera anche una banalizzazione del discorso: “Ci vuole poco a prepararsi perché non si entra mai nel merito... basta pensare prima alle due o tre frasi a effetto che vuoi dire, buttarle lì al momento opportuno. Alzare la voce al momento giusto e il tuo lo hai fatto”.

 

Secondo Orfini, quindi, il risultato non rientra né nel campo della politica né dell’informazione: è semplice intrattenimento. In queste trasmissioni ciascuno recita una parte, e il conduttore non consente all’ospite di argomentare e approfondire: “Invece di provare a invertire la rotta, facciamo di tutto per trasformare lo spazio pubblico in uno show continuo, cedendo alla logica binaria del social network in cui tutto si riduce a mi piace/non mi piace magari da strillare più forte possibile”. Non è un caso quindi, secondo il presidente del Pd, che per questi programmi gli ospiti non vengano scelti in base a ciò che dicono, ma in base alla loro capacità di dare spettacolo.

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