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Sapevamo di dover pagare caro il film d'apertura

Abbiamo pensato intensamente a “La La Land” mentre sullo schermo passavano le immagini del pessimo – e speriamo ultimo, bisogna sapersi ritirare – film di Wim Wenders.
Sapevamo di dover pagare caro il film d'apertura

Wim Wenders al festival di Venezia (foto LaPresse)

Sapevamo di dover pagare caro tutto il divertimento procurato dal film d’apertura, lo strepitoso “La La Land” di Damien Chazelle (con Emma Stone e Ryan Gosling canterini e ballerini). In un festival davvero preoccupato per le sorti del cinema l’avremmo rivisto almeno un paio di volte, poi saremmo andati via raggianti per raccontarlo agli amici. Sciolta anche la giuria capitanata da Sam Mendes, inutile perdere tempo a vedere gli altri titoli in concorso quando c’è una perla simile. Oltre al resto, di un genere che non sembrava neppure più possibile immaginare, meno che mai girare con tanto gusto e tanta sapienza. A 31 anni appena, e ne ha altrettanti Justin Hurwitz che firma la colonna sonora.

 

Sapevamo di dover pagare caro tutto il divertimento procurato dal film d’apertura. Non sapevamo esattamente quanto caro. Ora i conti cominciano ad arrivare. Abbiamo pensato intensamente a “La La Land” mentre sullo schermo passavano le immagini del pessimo – e speriamo ultimo, bisogna sapersi ritirare – film di Wim Wenders, “Les beaux jours d’Aranjuez”. Inquadrature di pessimo gusto, qualsiasi ragazzino saprebbe fare meglio con il cellulare - e saprebbe anche tenersi lontano dalle fronde mosse dal vento, o dai pianisti con il gazebo sullo sfondo. La partaccia tocca al povero Nick Cave, e fa tornare in mente il pianista sulle alpi svizzere ridicolizzato da Gustave Flaubert: poteva piacere solo a quella mezzacalza di Madame Bovary. Nell’800.

 



 

Si vorrebbero togliere le gelatine colorate a Adam Arkapaw, direttore della fotografia scelto da Derek Cianfrance per “The Light Between Oceans”. Siamo sull’isoletta con il faro, e vabbé, ci sarà un tramonto pittoresco al giorno, in tutte le sfumature del rosso. Ma non è possibile che nelle altre ore la luce sia sempre nei mille toni del seppia. E neppure che una bambina ripescata da una barca alla deriva abbia in testa una cuffia di lana candida, e un pon pon pulitissimo. Qui la colpa va alla costumista, e soprattutto al regista che non governa i sottoposti.

 



 

Siamo all’altro punto dolente, condiviso da parecchi film visti finora alla Mostra veneziana. Gioie e rapimenti di Michael Fassbender e della mogliettina Alicia Vikander sono sopraffatti dalla colonna sonora di Alexander Desplat. Aveva cominciato a farsi notare lavorando per Wes Anderson (regista che i collaboratori li comanda a bacchetta). Ora lavora a cottimo, passando dal film di animazione “Pets - Vita da Animali” (nella sezione Cinema del giardino) a “Pastorale Americana” che Ewan McGregor ha tratto da Philip Roth. E tira un po’ via. Siccome è di gran moda, gli altri compositori lo imitano. E tendono a esagerare. Una volta c’era la sviolinata, ad anticipare la scena romantica. Oggi arriva puntuale una melodia di Desplat, originale o copiata, per suggerire pianto o spavento.

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