Padri

Ricominciare da capo dopo quattordici anni

Adesso – mentre gli amici di una vita scaricano sui figli grandi, neopatentati, il trasloco dei nonni al mare – ti ritrovi a pulire i sedili della macchina dal vomito di un bambino formidabile e adorabile che sì, è vero, davvero ti mantiene giovane, in cambio però infligge improvvisi e rapidi invecchiamenti. Essere due padri in uno.
Ricominciare da capo dopo quattordici anni
La rubrica "Padri" fa parte dell'inserto Il Figlio, lo speciale di Annalena Benini. In ogni numero un padre racconta di sé, con i figli: storie, sentimenti, pensieri, ossessioni, scoperte. Sono qui disponibili tutti gli articoli.

 


 

Dicono: che bravo sei stato a ricominciare da capo (prima di riprendere a discutere tra loro se per il prossimo weekend lungo siano meglio Barcellona o Berlino). Dicono beato te che ti godi questa creatura meravigliosa (mentre preparano il trolley per la scappatella a Formentera). Dicono i bambini piccoli ti mantengono giovane, stai proprio bene (e intanto prenotano quelle terme nuove fantastiche, peccato lì le famiglie con prole non siano ammesse sennò andavamo insieme). Già, insieme. Come una volta. Come quando eravamo tutti sincronizzati: da ventenni militanti; da trentenni rampanti; da quarantenni tutti diventati o in attesa di essere, sempre insieme, papà e mamme che si guardano i figli a vicenda e si scambiano (soprattutto le mamme) ogni possibile dettagliata informazione prima sull’asilo più verde, poi sulla maestra delle elementari più stabile, infine sul liceo più qualificato.

 

Poi tu hai rotto la sincronia, hai riavvolto di una quindicina d’anni il calendario e adesso – mentre gli amici di una vita scaricano sui figli grandi, neopatentati, il trasloco dei nonni al mare – ti ritrovi a pulire i sedili della macchina dal vomito di un bambino formidabile e adorabile che sì, è vero, davvero ti mantiene giovane, in cambio però infligge improvvisi e rapidi invecchiamenti a causa delle sue grandiose capacità di nascondimento nei centri commerciali. Essere due padri in uno. Ecco il premio di una vita romantica, dove gli amori hanno moltiplicato gli amori, dando come risultato finale (sì, direi finale) due figli che si dirigono il primo verso l’università e il secondo verso un impegnativo ultimo anno d’asilo. Per scoprire per esempio che su questo tipo di cose (la ricerca della scuola) le mamme annullano ogni barriera d’età, carattere e cultura: sicché l’indagine privata fra amiche, conoscenti, colleghe e internet su quale sia il miglior corpo docente di economia in Europa non è molto diversa dall’indagine privata fra amiche, conoscenti, colleghe e internet su quale sia la migliore maestra elementare tra Roma centro e Roma sud. E io devo fingermi complice di questa attività di dossieraggio inventando competenze mai avute, in un campo e nell’altro (con l’unica certezza che comunque, dovunque deciderai di mandare i figli a scuola, dopo sei mesi tutto potrebbe essere cambiato, dai presidi alle maestre alla mensa, e tu dovrai pentirtene per cinque anni filati).

 

Essere due padri in uno è cosa da superuomini. Capaci di resistere alle pressioni per comprare il motorino vero, ma anche la moto che si trasforma in mostro volante. Maschi veri che sanno biascicare due parole per raccomandare al grande l’uso dei preservativi (come se non ne sapesse già più di te), ma sanno anche trattenerle quando il piccolo esibisce gli attributi alle amichette (“per carità non rimproverarlo sennò si inibisce per tutta la vita”). Genitori integrali double-face, iperattenti e iperattivi ma egualmente criticati in ogni caso: dal figlio grande per il lassismo nei confronti dei danni domestici del figlio piccolo; dal figlio piccolo per la mancata protezione rispetto agli orribili abusi del figlio grande (la domenica pomeriggio si vede la partita, non Sponge Bob). Da una mamma perché se i due fratelli stanno insieme quello grande non studia; dall’altra perché potremmo avere un baby-sitter naturale e gratuito, che però irresponsabilmente preferisce andare con la fidanzata invece che al parco giochi. E’ uno sdoppiamento impegnativo e affascinante, che oltre i sentimenti stimola la consapevolezza dei tempi che cambiano. Mi dispiace per lui, ma a 18 anni il figlio grande può già misurare la propria obsolescenza di fronte a un quattrenne nato iPad-munito, perfettamente a suo agio nel palinsesto Kids di Netflix: povero il mio giovane universitario, non ancora ambientato nella stanzetta dello studentato, lontano da casa, e già condannato a sentire l’incalzare di generazioni aggressive cresciute ad Angry Birds.

 

Certo, tornando al doppio padre, c’è da barcollare quando ci si rende conto che a sessant’anni compiuti ci sarà ancora un ragazzino da accompagnare a scuola. Poco male però, se si pensa al piacevole stupore e all’istantanea tenerezza che di nuovo questo padre anziano, se discretamente conservato, saprà suscitare in mamme sempre più giovani, proprio come accadeva vent’anni prima. In ogni caso, qualsiasi ombra possa addensarsi in testa, essa si dissolve nel godimento puro dei momenti insieme, finché ci saranno. Come quando i due figli, reciprocamente adoranti e complici, ingaggiano una disgustosa gara di rutti, parolacce e sconcezze varie, a chi fa infuriare di più papà. Per non dire della magia dei riti di passaggio, ripetuti a simulare l’eternità. Come la prima volta che allo stadio siamo andati in tre, il piccolo sulle ginocchia del grande, addobbato con sciarpa e cappellino come lui, e lo stupore sul volto del bambino che si riproduce uguale a sempre, uguale a prima, ugualmente giallorosso e felice come fu per suo fratello. E con ancora Totti in campo, quindici campionati dopo.

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