Il Figlio

La rabbia dei bambini. In silenzio o in fuga verso la città distrutta

Il presidente di Telefono Azzurro racconta i figli sopravvissuti al terremoto e i giochi senza più gioia. “Per un adulto è molto difficile, è straziante, ma per i bambini è di più: hanno perso in pochi minuti le certezze di una vita, la casa, la scuola, il compagno di giochi,  il nonno e la nonna, una sorella, e alcuni hanno perso entrambi i genitori”.
La rabbia dei bambini. In silenzio o in fuga verso la città distrutta

Illustrazione di Anna Sutor

Nella tendopoli e al parco dei bambini, adesso, ci sono così tanti giocattoli, biciclette, palloncini e bambole, che sembra una festa. Adulti che giocano e sorridono, raccontano storie, costruiscono insieme ai figli salvati di questo terremoto case di Lego, navi pirata e draghi con le ali. Spiegano con dolcezza a bambini silenziosi che cosa è accaduto, o parlano piano e a lungo con un bambino di quattro anni che saltella e ripete spesso, come una cantilena: “La mia sorellina adesso è in cielo”. La sua sorellina adesso è in cielo e i genitori sono congelati da un dolore paralizzante che impedisce i movimenti più semplici e il tormento è così grande che sospende anche il sollievo di abbracciare questo figlio che gioca e ride e chiede un altro giocattolo.

 

Il presidente del Telefono Azzurro, Ernesto Caffo, ad Amatrice per giorni e con il progetto di un lungo lavoro di aiuto e sostegno ai bambini e ai ragazzi del terremoto, ha spiegato al Foglio che per “i bambini sopravvissuti” servono altri adulti oltre ai famigliari distrutti, molti adulti e ragazzi e molta pazienza per spiegare a un bambino di otto anni che sua madre è morta, che non la rivedrà più, per spiegare che la vita sarà diversa anche se il parco giochi è ancora lo stesso, l’altalena è sempre quella in cui lei gli aveva insegnato a spingersi da solo, con le gambe prima piegate e poi stese verso l’alto. Ernesto Caffo, che è anche professore di Neuropsichiatria infantile, si sforza di offrire la sua calma e il suo sguardo rasserenante, ma è sconvolto dalla “dimensione enorme di questo lutto, dall’impegno emotivo richiesto a un piccolo di sei anni”, ed è sconvolto anche dall’immagine di quel bambino portato ai funerali ad Amatrice, che continuava a farsi ossessivamente il segno della croce. “Era troppo per lui, per fortuna è stato portato via prima della fine dalla madre: un bambino non può sopportare tutto quel carico di sofferenza, va protetto: ci vogliono le parole e i tempi giusti”.

 

Ernesto Caffo spiega che è importante che i posti siano gli stessi, riconoscibili, senza recinti, che dentro un mondo cambiato all’improvviso ci sia ancora qualcosa a cui gli occhi e i giorni erano abituati, qualcosa come un amico, un cagnolino, un quadrato d’erba o la collezione di Transformers. “Per un adulto è molto difficile, è straziante, ma per i bambini è di più:  hanno perso in pochi minuti le certezze di una vita, la casa, la scuola, il compagno di giochi,  il nonno e la nonna, una sorella, e alcuni hanno perso entrambi i genitori”. I bambini sono arrabbiati, impauriti, “portano dentro di sé un dolore e una rabbia profondi: alcuni stanno lì muti e giocano, mettono insieme costruzioni ma hanno completamente perso la gioia, il piacere, si sono chiusi in loro stessi e non basteranno poche settimane per aiutarli a capire che cosa è accaduto, perché è troppo grande, e anche noi, che abbiamo portato aiuto dentro altri terremoti, in altre tendopoli, abbiamo capito che qui è diverso, perché in questa comunità ogni nome è un ricordo, ogni tetto è una persona amata, un gioco fatto insieme, e per i bambini in vacanza questo era il posto dei nonni, un luogo di famiglia in cui non può succedere niente di male”.

 

Giocare senza gioia, disegnare il contorno della mano senza nessuno stupore, ricevere in dono una palla lucida e non riuscire a sorridere: i bambini di Amatrice e degli altri paesi colpiti e cancellati hanno visto i soffitti crollare e le persone sparire, come nemmeno nelle favole più terrificanti in cui alla fine bisognava sempre dire: questi mostri però non esistono, e comunque ti salvo io. I mostri cattivi esistono, vivono sotto terra, una notte si svegliano e rovesciano tutto e non gliene importa niente di chi è stato sempre buono. Qui ad Amatrice c’è un bambino che nei giorni scorsi scappava sempre, racconta Ernesto Caffo, non si riusciva a farlo giocare tranquillo, non si riusciva a farlo parlare. Scappava dal parco e diceva: voglio andare a vedere la città distrutta. Hanno trovato il modo di aiutarlo, gli hanno fatto fare un giro di Amatrice con i motociclisti venuti a portare aiuto. “Questo bambino voleva affrontare il mostro nascosto, ne aveva bisogno per andare avanti”.

 

Altri fanno domande, chiedono perché la nonna non torna, se è ancora sotto il letto, se si può andare a salutarla, altri fanno finta di non ascoltare le parole e continuano a disegnare, dopo qualche ora si alzano in piedi e chiedono: “Ma non andrò a scuola mai più?”. Perché come il poliziotto che ha perso tutto e la sera, dopo avere aiutato quante più persone possibile, si chiede: che cosa sarà adesso la mia vita?, così anche i bambini hanno perso il futuro a cui si affidavano fiduciosi. Ammutoliscono, scappano o pestano i piedi per terra, strappano le foglie a una pianta, fanno a botte. “I ragazzi più grandi, che hanno più coscienza del futuro, trovano molto sollievo nell’aiutare i più piccoli, nel sentirsi utili in qualcosa, e li capiscono meglio di tutti”, dice Caffo, convinto anche dell’importanza di ricominciare la scuola tra pochi giorni con gli insegnanti di sempre. Al posto della domanda: che cosa hai fatto quest’estate?, la ripartenza sarà: che cosa è successo alla tua vita?, e sarà terribile ma i bambini si sentiranno parte di una comunità colpita, sentiranno di non essere soli davanti al mostro.

 

In questo posto affollato, ora, dove si concentra tutta la vita che resta e che ha bisogno di gridare ma anche di trovare una strada, l’aria è quasi ubriacante, perché è piena di sentimenti, di bisogni, di frenesia. Tutta la rabbia, tutta la compassione: è qui dentro. Ci sono le persone che lavorano per aiutare e ci sono le persone che vengono aiutate, ci sono tutte le incombenze e le necessità della vita quotidiana: mangiare bere coprirsi, recuperare la carta d’identità, stringersi a qualcuno, lasciarsi stringere, maledire e benedire insieme. Trovare una giacca della misura giusta, anche questo serve a far passare un’ora. Trovare un paio di scarpe numero trentadue adesso che fa già più freddo. C’è un’enorme complessità di pensieri e di reazioni qui dove un padre di tre figli salvi dice: noi non ce ne andremo. Dentro la complessità, l’emergenza, il dolore degli adulti, non ci si può dimenticare nemmeno un istante dei bambini sopravvissuti, e di come riusciranno a diventare grandi adesso, con il terremoto e la polvere nel cuore.

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