Ventoteneide. Idee per Hollande, Merkel e Renzi

Ci sono biografie, amori e obiettivi (molto) politici dietro il Manifesto europeista nato sull’isolotto italiano. Otto Albert dovette tornare a Parigi nell’estate del 1938, Colorni venne arrestato a settembre, in piena campagna razziale, e fu confinato a Ventotene, dove incontrò Ernesto Rossi e Altiero Spinelli. Con loro e Ursula partorì il Manifesto.
Ventoteneide. Idee per Hollande, Merkel e Renzi

“Immagino Spinelli così, all’Eurogruppo. Non gli danno la parola. Pure lui si rompe le scatole e se ne va”

Chissà se Angela Merkel a Ventotene, il 22 agosto, bevendo un sorso di passito, penserà a Ursula. Non Ursula von der Leyen, appannata candidata alla successione, ma Ursula Hirschmann, la prima di due ragazzi berlinesi degli anni ’10 (lei del 1913, Otto Albert del 1915) nati in una famiglia della borghesia ebraica. La sorella minore, Eva, aveva cinque anni di differenza con Otto Albert, per gli amici OA, mentre lui e Ursula crebbero in una infanzia berlinese piena di complicità e conobbero insieme il furore della militanza politica socialista.

 

L’Italia entrò con prepotenza nelle loro vite, grazie a un incontro in biblioteca, a Berlino, nell’autunno del 1932. Ursula era immersa in studi hegeliani, mentre un giovane filosofo italiano, Eugenio Colorni, era riparato da enormi volumi antichi di Leibniz, da cui prendeva appunti ordinati. Per qualche giorno Ursula e Colorni si studiarono. Nelle sue note autobiografiche, “Noi senzapatria”, Ursula ricorda che Colorni la colpì con alcuni complimenti, anche se non dice quali. Ma lei e Otto Albert non avevano in mente solo l’amore e lo studio, nei mesi in cui la Berlino della loro infanzia si sgretolava davanti ai loro occhi, soprattutto dopo l’incendio del Reichstag, il 27 febbraio 1933. Colorni venne arruolato per stampare volantini antinazisti, che si confondevano nella sua stanza d’albergo con gli appunti su Leibniz. Per i fratelli, la tragedia personale si unì alla tragedia storica: il padre Carl morì il 31 marzo.

 


Ursula Hirschmann


 

Pochi giorni dopo Otto Albert, non ancora diciottenne, informò i familiari che sarebbe partito per Parigi. Tempo di exit. Non sarebbe tornato a Berlino fino agli anni 70. Per Ursula la lunga assenza del fratello rimase una ferita e con Eva si lamentava della sua perdita di interesse per il Tiergarten, la vecchia casa, i ricordi dell’infanzia, soppiantati dalle lacerazioni dei decenni successivi. Solo a metà degli anni 70 finalmente riuscì a tornare insieme a lui nella loro città, ma quella riscoperta di Berlino incrociò un’altra tragedia: Ursula venne colpita nel dicembre 1975 da un’emorragia cerebrale. Il fratello annotò nel diario: “Ursula: la sua malattia per me è come la morte della mia giovinezza e della mia adolescenza”. Recuperò Berlino, quindi, quando la città non poteva più essere parte dei loro scambi e delle loro lettere. Ursula era rimasta sempre fedele alla lingua, alla letteratura e alla poesia tedesche, al contrario di altri ebrei tedeschi, come suo fratello, che si erano imposti il rifiuto o la rimozione. Secondo una delle figlie, Ursula ascoltava Wagner di nascosto e commentava: “nichts sagen, non dirlo a nessuno, Wagner, wunderbar, meraviglioso” (Repubblica, 16/07/2013).  

 

Quanto al fratello, finalmente riavvicinatosi a Berlino, i suoi libri cominciarono a essere tradotti dall’inglese, affiancandosi a un celebre volume, già tradotto, che aveva exit nel titolo. “Exit, Voice, and the Fate of the German Democratic Republic”, un articolo del 1993, ottant’anni dopo la nascita di Ursula, si apriva con una citazione di Goethe in tedesco. Il suo celebre paradigma (exit, voice, loyalty) era sempre più frequentemente applicato agli stati e alle azioni politiche (di fuga, protesta, sottomissione): in quell’articolo utilizza il Muro di Berlino per criticare e ripensare la sua stessa teoria, per distinguere la scelta netta dell’economia (il voto coi piedi, exit) e la politica, inesatto regno del possibile. L’Europa ritornò nell’ultima fase del suo pensiero, come ha notato Luca Meldolesi.

 

Ci manca un pezzo del tassello. Sulla copertina di quei libri non c’era scritto Otto Albert Hirschmann perché quel nome era mutato dopo l’exit del diciottenne del 1933. All’inizio della guerra, si faceva già chiamare Albert Otto, fino all’ufficialità del 1940. Nel 1942 si arruolò nell’esercito statunitense e prese la cittadinanza, perdendo la “n” finale del cognome. Per la sua nuova patria, gli Stati Uniti, il fratello di Ursula lavorò al Piano Marshall e all’Unione europea dei pagamenti. La sua testimonianza, e quella di protagonisti come Marjolin, chiarisce il contributo decisivo degli Stati Uniti alla ripresa dell’economia europea e alla pace in Europa, qualora ce ne fosse bisogno (la banca di sviluppo tedesca, KfW, campa ancora anche coi fondi del Piano Marshall). Albert O. Hirschman divenne uno dei più grandi economisti e scienziati sociali del Dopoguerra, a suo agio allo stesso modo con le equazioni e con le parole. E molte di quelle parole, nelle sue lettere a Ursula, erano italiane. Perché? C’entra di nuovo Colorni, quello di Leibniz, dei volantini e pure della dedica di “Exit, voice and loyalty”.

 

Nella primavera del 1935, i due fratelli studiavano l’italiano a Parigi, dove Otto Albert, ancora OA con due n, si era ormai stabilito. Ursula scrisse a Colorni, tornato in Italia per insegnare in un liceo triestino, una lunga lettera-voice, una richiesta d’aiuto. Colorni, ormai promesso sposo di un’altra, rispose con un invito a raggiungerlo a Trieste. Exit per Ursula, verso l’Italia, exit del fidanzamento per Colorni che, in un’estate tra Forte dei Marmi e Milano, conquistò tutti i fratelli, compresa l’adolescente Eva. Nel dicembre 1935 lui e Ursula si sposarono. Per lei l’Italia fu come una “liberazione, che tanti stranieri prima e dopo di me hanno sentito e sentono quando cominciano a vivere in un posto e in un ambiente italiano”. Ursula si descriveva con autoironia come una “signora italiana”. E a Trieste arrivò Otto Albert: dopo un periodo alla Lse e al fronte della guerra civile spagnola, la vita triestina gli portò nuove letture, una laurea (nel 1938) e soprattutto la possibilità di discutere con Colorni, un po’ cognato un po’ fratello maggiore, per cui aveva un’ammirazione sconfinata. La loro avventura intellettuale comune era sotto il segno di “provare che Amleto avesse torto”, provare che il dubbio possa diventare la fonte dell’azione e non la sua morte.

 

Su tutto questo aleggiavano una nube e un’atmosfera. La nube: la crisi coniugale tra Ursula e Colorni. L’atmosfera: la politica, l’attivismo antifascista. Otto Albert dovette tornare a Parigi nell’estate del 1938, Colorni venne arrestato a settembre, in piena campagna razziale, e dall’inizio del 1939 all’ottobre 1941 fu confinato a Ventotene, dove incontrò Ernesto Rossi e Altiero Spinelli. Con loro e Ursula partorì il Manifesto. Exit è una scelta, la via di fuga perché hai deciso di ricominciare, mentre il confino è un’imposizione: puoi camminare, ma solo all’interno di un’isola. Nel tempo delle exit decise dagli altri, puoi sentire dentro il compito di entrare nella realtà per sovvertirla. Il confino impone un limbo della vita, ma chi lo abita è tutt’altro che ignavo. Vi è giunto per via della propria scelta su ciò per cui vale la pena di vivere. Allora la vita si espande con le vite degli altri, come avviene con le conversazioni e con i libri.

 

Se Ursula e Colorni si erano incontrati sotto il segno di Leibniz e Hegel, Altiero Spinelli, stando alla sua autobiografia con quel titolo geniale, “Come ho tentato di diventare saggio”, con Ursula decise di giocare in casa: “Era certamente a donne siffatte che i fiorentini del Duecento si rivolgevano chiamandole ‘Madonna’”.  Una sera loro due bevevano un bicchiere di passito. Allora “ci guardammo sgomenti, sentendoci infinitamente distanti dai compagni che a due passi da noi conversavano fra loro, dal vecchio oste e dalla moglie giovane che erano dietro il banco, da tutto il resto del mondo, soli. Durò un istante, che ad entrambi sembrò un’eternità”. Spinelli si sentiva ebbro come se avesse bevuto una bottiglia intera di passito. Fermiamoci qui, l’amore concluso tra Ursula e Colorni e l’amore sbocciato tra lei e Spinelli occupano fin troppe pagine della mitologia dell’europeismo. In fondo, sono fatti loro, e tanto mica convinceremo Jaroslaw Kaczynski a far partecipare la Polonia al piano di ricollocazione dei migranti raccontandogli quegli amori, sarebbe bello ma lui vive col suo gatto e beve solo tè, altro che passito.

 

E’ più utile soffermarci sulla natura del Manifesto di Ventotene, che per Spinelli era anzitutto una conversazione: ancora la vita che si espande con le vite degli altri. Diceva di riuscire a riconoscere le voci di Rossi, di Colorni e di Ursula nelle frasi. E fu Ursula a portarlo in giro. Se la fondazione formale del Movimento federalista europeo è stata il 27 agosto 1943, lo stesso Spinelli scrisse che la fondatrice, che diffondeva il manifesto (a Milano, per esempio, ad Adriano Olivetti e Ugo La Malfa), è stata Ursula l’anno precedente. Ursula andava a Milano, consegnava il Manifesto, ma non era un testo sacro, rivelato dagli dèi dell’Europa. Per esempio, Ugo La Malfa formulò osservazioni sul ruolo centrale degli Stati Uniti per l’integrazione europea. Spinelli prese nota e rispose, dato che La Malfa aveva ragione. Questo elemento andò perduto tra gli epigoni: quando La Malfa jr fece le sue osservazioni (“L’Europa legata. I rischi dell’euro”, Rizzoli, 2000), tutto tacque. C’era la forte visione in Spinelli e in Colorni di una rinascita degli europei contro il nazionalismo, ma quella visione seppe alimentarsi di autocritica, in Spinelli, ed era vivificata dal dubbio, in Colorni, che non poté partecipare alla vita pubblica europea perché venne ucciso dai fascisti a Roma il 30 maggio 1944. Come ha ricordato Giorgio Napolitano, Spinelli era un autocritico meticoloso.

 

In “Come ho tentato di diventare saggio”, si sofferma sui difetti del Manifesto, documento che non riteneva particolarmente originale: troppo ottimista (considerava l’unità europea imminente, facendo a tutti gli effetti dell’europeismo una forma di messianismo), e soprattutto non considerava la realtà geopolitica del Dopoguerra: gli europei non avrebbero deciso da soli “ma, avendo cessato di essere il centro del mondo, sarebbero stati pesantemente condizionati da poteri extraeuropei”. Infine, la loro rivoluzione europea “era espressa ancora in termini troppo rozzamente leninisti”. La forza del Manifesto era, paradossalmente, il primato dell’azione sull’idealismo: “La federazione non era presentata come un bell’ideale, cui rendere omaggio per occuparsi poi d’altro, ma come un obiettivo per la cui realizzazione bisognava agire ora, nella nostra attuale generazione”. Sempre nell’autobiografia, Spinelli individua nella sua vita sei cicli di azioni politiche fondate su ipotesi diverse. E si giudica: sono stato sempre sconfitto. D’accordo, aggiunge un po’ di retorica scrivendo che più del successo di un’idea vale la sua capacità di risorgere dalle proprie sconfitte, ma lui e Ursula parlano sempre chiaro, niente linguaggio ovattato. In questo corrispondono al desiderio di Colorni, che secondo Ursula “avrebbe sorriso della mistificante agiografia con cui si parla dell’antifascismo e della resistenza” e “si era liberato da ogni pomposità e da ogni tendenza al doppio linguaggio”. Ursula ammise di sentirsi europea perché senzapatria, né tedesca, né italiana, nemmeno ebrea: “Non abbiamo da perdere che le nostre catene in un’Europa unita e perciò siamo federalisti”.

 

La vita politica europea, oggi, si può descrivere con le osservazioni del 1960 che Ursula pose in epigrafe a “Noi senza patria”: sentiamo la spinta di scrivere e lo scoraggiamento dopo poche righe. La spinta: annunciare che tutto cambierà, le diverse Europe combaceranno. E poi, lo scoraggiamento dopo poche righe: poche righe di comunicati revisionati dagli sherpa, poche righe di “prima c’era Spinelli, a noi è toccato Barroso”. Quando ero studente universitario, in un leggendario corso intitolato “L’età della globalizzazione”, Massimo Cacciari concluse un periplo di san Paolo, Hegel e Kojève con una riflessione sui confini dell’Europa, domandandoci: “Quali sono i confini dell’Europa? Forse Mosca non è Europa? E Gerusalemme, non è forse Europa?”. Correva l’anno 2004. Prima del referendum francese (che ha coinciso con il libro, puntuale, di Mark Leonard su “Perché l’Europa guiderà il XXI secolo”).

 

Io ero gasato: noi per il momento facevamo l’imitazione di Cacciari, ma nel giro di qualche anno dovevamo diventare adulti, diventare saggi o almeno un po’ meno idioti, e costruire una cosa, non sapevamo bene cosa (un impero-titano schmittiano? un gasdotto?), da Mosca a Gerusalemme. Cazzo, Gerusalemme! Per noi trentenni di oggi, dieci anni fa “Europa” era il nome delle ambizioni da studenti, dei percorsi possibili, delle giostre intellettuali. Dieci anni dopo ci sono le carriere individuali ma quelle idee sono avvolte dalla delusione. Penso alla famosa foto di Spinelli con la mano alzata per prendere la parola e lo immagino così, con la mano alzata, alla riunione del Gruppo di Visegrad, all’Eurogruppo. Le ore passano, i giorni, le stagioni passano, come nell’imitazione di Guzzanti che fa Prodi alla stazione di Bologna, e non gli danno mai la parola. Dopo un po’ pure lui si rompe le scatole e se ne va. Exit.

 

Nel 2014, il premio Nobel per l’Economia Amartya Sen, che ha sposato in seconde nozze Eva Colorni (ultima figlia di Eugenio e Ursula, nata nel ’41 come il Manifesto), ha evocato le accese conversazioni tra Hirschman e Spinelli sul futuro dell’Europa, di cui fu testimone. Alla morte di Spinelli nel 1986, Albert annotò sul suo diario: “Gli scrittori di necrologi amano quelli come Altiero, con una missione elevata e unitaria che per loro può definire una vita. Ma perché mai dovremmo rendere facile la vita degli scrittori di necrologi?”. Anche nell’irriverenza di quella nota c’era l’eco del dubbio, dell’importanza di mostrare che Amleto avesse torto. L’eco del patto con Colorni, di cui Hirschman, da soldato dell’esercito statunitense, seguì le tracce, cercando di rintracciare le sue ultime ore.

 

Nel 1979 Hirschman offrì un paradigma alternativo dell’integrazione europea rispetto all’idea per cui ogni tanto arriva una crisi e mette le cose a posto. Possono esserci crisi che generano integrazione, con un’azione concertata da parte di ciò che gli attori coinvolti stanno cercando di costruire, e crisi che generano disintegrazione, in cui gli stati vanno da soli: le risposte a queste crisi hanno sempre un senso politico, perché la dicotomia exit-voice ha una forte natura politica. Ora, dopo che il paradigma di Hirschman è stato utilizzato da Weiler per vent’anni per spiegare l’equilibrio europeo, il libro dedicato a Colorni torna attuale per analizzare i nuovi strappi, le nuove exit. La missione di Spinelli è stata ridotta a quella retorica del progresso che Hirschman affianca, nella storia delle idee, alle retoriche della reazione.

 

E’ il rischio di prendere la chiosa del Manifesto – “La via da percorrere non è facile né sicura, ma deve essere percorsa e lo sarà” – come un mantra della necessità: non c’è alternativa, voi vecchi arnesi nazionali siete fuori dalla storia, non capite niente, non potete competere nell’era globale dove bisogna essere grossi, siete vecchi, dobbiamo togliervi il diritto di voto. Ogni affermazione dell’assenza di alternative genera alternative. Ogni necessità rischia di inciampare nell’incapacità di reinventarsi. Hirschman l’aveva capito: nei suoi scritti amava ricordare “It ain’t necessarily so”, la massima dello spacciatore Sportin’ Life in un’opera dei Gershwin del 1935 (l’anno del matrimonio di Ursula e Colorni).  

 

In “Felicità pubblica e felicità privata”, Hirschman scrive che l’uomo, animale inappagabile, incontra spesso la delusione. Questo incontro determina i cicli del coinvolgimento nella vita pubblica, dallo slancio inebriante della fede che la possibilità di migliorare la società sia veramente nelle nostre mani, fino all’isola, il ritiro verso il privato (dei consumi e della famiglia) per le frustrazioni dell’agire collettivo. Nella delusione dell’Europa, non siamo senzapatria, ma intrappolati in un limbo dove non possiamo diventare europei per “default” delle nostre identità nazionali né possiamo acciuffare un’assurda sovranità assoluta. Gli stati continueranno a esistere, dovranno funzionare e collaborare nell’ambito europeo, aumentando la “convertibilità culturale” di cui parlava Dahrendorf, chiarendo chi fa cosa, come e perché. Ma dopo la crisi, non possiamo più ridurci a esaltarci per la fine del roaming se poi ci stiamo sulle scatole a vicenda.

 

Questo vale anche per i tre paesi del periplo di Ursula e Albert: Germania, Francia e Italia. Tra surplus commerciale, banche e Deutsche Bank, supposte razzie dei sistemi industriali (ai tempi dell’Europa allargata a Mosca e Gerusalemme dovevamo creare dieci-venti Airbus), sconfortanti attese elettorali. “Non ora, ci sono le prossime elezioni regionali”, “aspettiamo, ci sono le presidenziali”, “abbiate pazienza, le referendarie incombono”. Viene il sospetto che le elezioni siano come il catalogo di Polonio dei migliori attori del mondo: tragedia, commedia, dramma storico, pastorale, comico-pastorale, tragi-comico-storico-pastorale fino al poema illimitato. Noi europei ci siamo convinti di essere saggi e ci siamo ritrovati a mostrare che Amleto aveva ragione.

 

It ain’t necessarily so. Per provare che il dubbio europeo può essere fecondo e vitale, che si può dubitare e agire allo stesso tempo, serve un’altra qualità hirschmaniana: l’autosovversione. “Dopo una certa età”, ha scritto, “l’autosovversione è l’unico mezzo per rinnovarsi”. Non basta essere innovativi, bisogna essere rivoluzionari con sé, prima che con gli altri: autosovversivi. Per una nuova cultura della difesa, dopo la confusione della pace con l’atarassia, dobbiamo essere autosovversivi. Autosovversivi per differenziare profondamente l’integrazione e per parlare lingue economiche traducibili. E anche per sopravvivere al nostro invecchiamento, dobbiamo essere autosovversivi. Come ho tentato di diventare auto-sovversiva sarebbe un buon titolo per l’autobiografia dell’Europa dei prossimi decenni. Forse ai ragazzi berlinesi degli anni ’10 sarebbe piaciuto.  

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